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L'80% dei comuni tace sui costi al Suap

del 26/07/2013
di: Marilisa Bombi
L'80% dei comuni tace sui costi al Suap
Solo il 21% dei comuni del campione (tra accreditati e «camerali») ha provveduto a pubblicare informazioni sugli oneri connessi alla presentazione di una pratica al Suap. E ciò, nonostante ai sensi dell'art. 5 del Cad (Codice dell'amministrazione digitale) l'obbligo di pubblicazione per tutti i procedimenti amministrativi della pubblica amministrazione decorra dal primo giugno di quest'anno e, con riferimento specifico al Suap, lo stesso obbligo sia stato già introdotto dall'art. 2 del dm 10 novembre 2011. Inoltre, le modalità prevalenti indicate dai comuni accreditati per la compilazione della pratica sono il download della modulistica dal sito web del Suap (45%) oppure soluzioni miste (38%), molto diffuse anche nel Suap «camerale» (23%). Insomma, la compilazione online delle comunicazioni non è ancora diffusa, con la conseguenza che il procedimento avviene tramite Pec. Sono questi alcuni dei risultati dell'indagine svolta dalla Direzione generale per il mercato, la concorrenza, il consumatore, la vigilanza e la normativa tecnica, Divisione IV, Promozione della concorrenza del Ministero dello sviluppo economico che è disponibile online nel sito del Mise. A distanza di tre anni dall'entrata in vigore del Suap telematico (dpr 160/2010) non si può certo dire, comunque, che i risultati siano stati negativi anche se elementi di criticità sussistono ancora. Come il fatto che siano pochissimi i comuni che hanno attivato funzioni online per il pagamento degli oneri connessi alle pratiche che transitano attraverso lo sportello E, in parte, questo è dovuto al fatto che solo una minoranza dei comuni applica diritti di segreteria a questi adempimenti. Circostanza questa che, tuttavia, non va vista negativamente perché soltanto per le pratiche di natura edilizia è prevista dalla legge la possibilità di imporre diritti mentre analoga facoltà non è prevista, ad esempio, per i procedimenti di natura meramente economica, com'è il caso dell'apertura di un negozio, di un bar o di un centro estetico. In sostanza, ciò che l'indagine ha fatto emergere è che, a tre anni di distanza dall'entrata in vigore del nuovo Suap, è stato sostanzialmente raggiunto quello che era considerato l'obiettivo e funzione principale del Suap e la sua stessa ragion d'essere. Ovvero nella capacità del comune di assumere un ruolo di coordinamento nei confronti degli enti terzi in merito ai procedimenti che vanno oltre la sola competenza comunale. Non è invece stato raggiunto, osserva il Ministero, l'altro importante obiettivo che era quello di prevedere modalità standard nell'organizzazione dei servizi, attraverso livelli minimi condivisi, e facendo perno sulle tecnologie dell'informazione. Con la conseguenza che il disagio avvertito dalle imprese non riguarda tanto l'informatizzazione del Suap, ma la standardizzazione dei servizi.

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