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Stupro di gruppo, stop al carcere automatico

del 24/07/2013
di: Antonio Ciccia
Stupro di gruppo, stop al carcere automatico
Misure cautelari ad hoc per i componenti del branco: non necessariamente si devono aprire le porte del carcere per tutti i partecipanti alla violenza sessuale di gruppo, se bastano gli arresti domiciliari, come nel caso di chi ha solo assistito. A stabilirlo, la Corte costituzionale che, con la 232 depositata ieri, ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 275, comma 3, terzo periodo, del codice di procedura penale (cpp), nella parte in cui individuava la custodia cautelare come unica misura da applicare a chi commette una violenza sessuale di gruppo. Per la consulta è sbagliata la scelta tra carcere preventivo o niente, essendo necessaria anche la possibilità di applicare altre misure, qualora, in relazione al caso concreto, risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte altrimenti. L'obbligo di applicare la sola custodia in carcere, era espressamente previsto dall'art. 275 cpp, che includeva il reato di violenza sessuale di gruppo (609-octies) al regime cautelare speciale salvo circostanze attenuanti. Nel caso specifico, si trattava di porre agli arresti domiciliari alcuni complici del reato: ad alcuni degli indagati, infatti, era contestata la partecipazione «in funzione essenzialmente di istigatori e di spettatori a un singolo episodio di violenza sessuale di gruppo, diverso per ciascuno di essi, in cui il fidanzato della persona offesa aveva, invece, svolto un ruolo fondamentale nella costrizione e nella esecuzione del rapporto sessuale, al quale gli altri indagati avevano solo assistito». Il tribunale del riesame aveva provato ad applicare gli arresti domiciliari, ma la Cassazione ha bocciato l'iniziativa e, proprio a seguito del rifiuto, il giudice ha rimesso la decisione alla Consulta.

L'alternativa secca è stata bocciata dalla Corte costituzionale che ha sottolineato come «il reato possa assumere diverse connotazioni, tali per cui le esigenze cautelari potranno trovare risposta tramite misure diverse dalla custodia carceraria». A tale proposito, la sentenza in esame richiama il fatto che il reato comprende una gamma assai vasta di comportamenti caratterizzati da maggiore o minore gravità. «La fattispecie criminosa», si legge nella sentenza, «già in astratto comprende condotte differenti quanto a modalità lesive del bene protetto quindi, se così è, se ne devono trarre le conseguenze anche per il trattamento da applicare in attesa di giudizio». La Consulta rileva, quindi, un contrasto con l'art. 3 della Costituzione, per l'irrazionale assoggettamento allo stesso regime cautelare delle diverse ipotesi riconducibili al reato di violenza sessuale di gruppo e anche per l'ingiustificata parificazione dei procedimenti relativi al delitto di violenza sessuale di gruppo a quelli concernenti delitti che puniscono le organizzazioni criminose. Il gruppo è cosa diversa dall'associazione e non si possono estendere alla violenza di gruppo (per cui bastano due persone) le regole dei reati associativi.

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