Consulenza o Preventivo Gratuito

Tobin tax, regole gravose

del 20/07/2013
di: di Giuseppe Di Vittorio
Tobin tax, regole gravose
Con queste regole gli intermediari esteri diranno addio al mercato italiano. Questo il commento più ricorrente in merito al provvedimento licenziato giovedì dall'Agenzia delle entrate (si veda ItaliaOggi del 19 luglio) con il quale il direttore Attilio Befera (atto n. 2013/87896) ha varato le regole applicative della Tobin Tax. Risulta ora più chiaro quali registri conservare, le dichiarazioni da compilare e come versare l'imposta. Un tassello essenziale per l'incasso del gettito. Le sorprese più importanti sono arrivate a carico degli incaricati al versamento dell'imposta non residenti in Italia. Si arriva a sostenere che i broker, in qualità di sostituti di imposta, devono impegnarsi a prendere un codice fiscale presso le ambasciate italiane per onorare i loro impegni con il fisco italiano. Non è sufficiente pagare, quindi, ma ci si deve iscrivere all'anagrafe tributaria tricolore.

La Tobin tax segue il principio della emissione dello strumento e non della residenza del soggetto passivo, in questo caso l'investitore che fa la transazione. Il principio è stato introdotto per evitare che le banche italiane trasferissero le loro sedi all'estero per eludere il pagamento dell'imposta.

Chiaramente l'esempio del codice fiscale è il caso più complicato, in alternativa l'intermediario finanziario può nominare un rappresentante fiscale. I broker più strutturati, invece, quelli che hanno rapporti più stabili con l'Italia con uffici di rappresentanza o succursali, non dovrebbero avere difficoltà ad assolvere l'imposta. Tuttavia anche per questi soggetti c'è da chiedersi perché mai un intermediario estero dovrebbe predisporre registri, salvare le operazioni su un supporto magnetico duraturo, predisporre la dichiarazione al 31 marzo di ogni anno, liquidare con software l'imposta, aprire un conto presso una banca italiana per predisporre l'F24 o in alternativa pagare con bonifico. Questi obblighi, validi per tutti, sono stati indicati proprio ieri dal direttore dell'Agenzia dell'entrate. Il tutto per lavorare sui titoli italiani gravati dall'imposta a fronte di quasi tutti i titoli esteri esenti. Senza tener conto dei costi amministrativi e dei rischi sezionatori. I titoli italiani, al netto di fatti tipicamente domestici, si muovono analogamente al resto delle azioni su scala globale.

Qualcuno potrebbe dire che la vicenda dell'operatività dei broker esteri sia poca cosa o argomento di scarso rilievo. In realtà la partita estera è estremamente importante. Il 70% del gettito deve arrivare dalle transazioni Otc, al di fuori dei mercati regolamenti. Si tratta solitamente di transazioni fatte all'estero. Su queste operazioni, va ricordato che l'imposta è doppia rispetto a quelle perfezionate sul mercato italiano, 0,22% (a regime 0,20% dal 2014) contro lo 0,12% (a regime 0,10% dal 2014). Queste sono le aliquote di riferimento alle transazioni sui titoli azionari, quanto alla base imponibile rileva il valore dell'operazione. Analogo è il trattamento dell'imposta sulle operazioni in derivati fuori dai mercati regolamentati come le borse, dove la tariffa si quintuplica. Lo stato aveva stimato di incassare 1 miliardo di euro complessivamente.

Quanto ai tempi la tassa sulle azioni è entrata in vigore a marzo, il primo versamento però sarà fatto il 16 ottobre, mentre quella sui derivati entrerà in vigore il 1° settembre. Nelle reazioni raccolte da ItaliaOggi tra gli operatori c'è un orientamento preminente: le società strutturate in Italia o con nomi molto importanti continueranno a lavorare sui mercati finanziari tricolore pagando l'imposta, gli altri preferiranno dirottare la loro clientela su tutti gli altri mercati esteri dove l'imposta non si paga, a esclusione di Francia e Bulgaria. Mettendo però così a rischio il gettito.

© Riproduzione riservata

vota