Undici paesi dell'Unione europea sono d'accordo nell'approvare un'imposta sulle transazioni finanziarie. Il testo in circolazione al momento è quello proposto dalla commissione europea e dalla commissione affari economici del Parlamento europeo. Secondo questa versione del provvedimento, l'imposta colpirà a regime il controvalore di qualsiasi transazione che ha per oggetto strumenti finanziari con un'aliquota dello 0,10% e dello 0,01% per i derivati. Agevolazioni sono previste per i titoli di stato nei primi anni di applicazione dell'imposta. Le aliquote in questi casi dovrebbero dimezzarsi, analogo dovrebbe essere il trattamento di favore per le operazioni fatte dai fondi pensione.
Le resistenze di Francia e Italia. L'ultima parola sulla tassa l'avranno comunque i capi di stato e di governo degli undici paesi che aderiscono all'accordo di cooperazione per l'introduzione dell'imposta. Il percorso dell'imposta appare tutto in salita. Il testo deve superare, infatti, le resistenze dell'Italia che vuole l'esclusione dalla base imponibile dei titoli di stato. La posizione era però quella del governo presieduto da Mario Monti, si tratta di capire ora se il cambio di inquilino a Palazzo Chigi modificherà l'approccio. Critica anche la posizione della Francia: poco più di una settimana fa, il ministro delle finanze francese Pierre Moscovici ha ribadito che l'attuale testo va modificato, perché l'imposta così come pensata dalla commissione europea rischia di aggravare il finanziamento dell'economia e di portare a risultati opposti a quelli sperati.
Fin qui le contestazioni interne, più dure sono invece le prese di posizione dei paesi, che non aderiscono all'accordo di cooperazione, ma che rimangono in ambito Ue. La Gran Bretagna ha già fatto ricorso alla Corte di giustizia europea e l'Olanda pare intenzionata a percorrere analoghe vie legali se dovesse risultare gravemente danneggiata.
Visti gli umori gli 11 hanno deciso un primo rinvio a metà del 2014 e forse non sarà neanche l'ultimo.
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