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Derivati, scambio di regole Usa-Ue

del 18/07/2013
di: Francesco Dian
Derivati, scambio di regole Usa-Ue
Ha un'importanza storica l'intesa siglata tra la Commissione europea e la statunitense Commodity future and trading commission circa il riconoscimento reciproco dell'equivalenza delle nuove norme americane ed europee sui derivati: è un primo passo verso il mutuo riconoscimento di norme e regolatori finanziari.

La necessità di una riforma complessiva dei mercati finanziari era sorta in seno al G-20 a seguito della terribile crisi finanziaria del 2007-2008 (cosiddetto «credit crunch»). Nel 2009, a Pittsburgh, i «grandi della Terra» avevano infatti deciso di adottare una strategia comune per fronteggiare una finanza incontrollata, riconoscendo la limitatezza di un approccio regolamentare unilaterale da parte degli stati.

Tale strategia avrebbe consentito il ravvicinamento delle legislazioni dei vari stati al fine di consentire un aumento della trasparenza nel mercato delle operazioni in derivati e allo stesso tempo di ridurre sensibilmente il rischio sistemico di tali operazioni.

Alle dichiarazioni non sono tuttavia seguiti i fatti.

Gli stati hanno infatti adottato norme estremamente complesse e farraginose qual è il caso degli Usa con il Dodd-Frank Act, promulgato da Obama nel 2010, che con i regolamenti attuativi raggiungerà la lunghezza esorbitante di 30.000 pagine!

L'Unione europea, dal canto suo, ha impiegato tempi eccessivi, con l'approvazione di un provvedimento solo nel 2012 («Regolamento Emir») e sono ancora in corso le negoziazioni per ulteriori interventi normativi (modifiche alla direttiva MiFid).

Oltre alla complessità e ai ritardi delle nuove regole, in certi casi, l'approccio unilaterale è prevalso creando incertezza.

Il disallineamento tra i diversi ordinamenti conduce così a una situazione paradossale: quelle nuove regole che avrebbero dovuto diminuire i rischi e aumentare la trasparenza rischiano di sortire l'effetto opposto.

In questo contesto si inserisce quindi positivamente l'intesa raggiunta tra Stati Uniti e Unione europea in cui viene riconosciuta, almeno in linea di principio, l'equivalenza tra le norme americane ed europee, in modo che gli operatori possano adeguarsi più o meno indifferentemente all'una o all'altra normativa, ma non certamente a tutte e due contemporaneamente.

Il riconoscimento reciproco comporta diversi vantaggi.

Tra questi vi è una riduzione significativa dei costi per gli operatori che difficilmente potrebbero rispettare due o più regimi regolamentari diversi, evitando così la loro fuga verso mercati senza trasparenza e ancora poco regolamentati.

Inoltre, vi sarebbe una riduzione sensibile dell'incertezza normativa e della possibilità di conflitto tra gli ordinamenti dei vari paesi che determinano un aumento del rischio sistemico. Per esempio, nel caso in cui si verifichi l'inadempimento di una delle parti in un'operazione transfrontaliera, norme confliggenti rischierebbero di impedire il corretto funzionamento del sistema di garanzie poste a fondamento di quell'operazione, potenzialmente innescando un effetto domino, con il fallimento delle altre parti dell'operazione, proprio come è successo nella crisi finanziaria.

L'accordo Usa-Ue, seppure sia solo un primo passo, dovrebbe costituire una pietra miliare per ulteriori intese.

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