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Fallimenti, il coniuge ne risponde

del 12/07/2013
di: di Cinzia De Stefanis
Fallimenti, il coniuge ne risponde
Sì all'estensione del fallimento al coniuge di un imprenditore commerciale, in quanto ha prestato in suo favore alcune fideiussioni, concesso una garanzia ipotecaria sulla metà indivisa dei propri beni immobili (di cui il coniuge imprenditore era comproprietario) e sottoscritto insieme allo stesso contratti di conto corrente cointestati. Tutte queste sono prove infatti dell'esistenza di una società di fatto. Per poter considerare esistente una società di fatto, agli effetti della responsabilità delle persone e/o dell'ente, anche in sede fallimentare, non occorre necessariamente la prova del patto sociale. Ma è sufficiente la dimostrazione di un comportamento, da parte dei soci, tale da ingenerare nei terzi il convincimento giustificato e incolpevole che quelli agissero come soci. Pertanto coloro che si comportino esteriormente come soci vengono ad assumere in solido obbligazioni come se la società esistesse. In caso di società di fatto (che si assuma) fra consanguinei, la prova della esteriorizzazione del vincolo deve essere particolarmente rigorosa. Occorrendo che essa si basi su elementi e circostanze concludenti, tali da escludere che l'intervento del familiare possa essere motivato dalla «affectio familiaris», sicché, di regola, non è di per sé sufficiente la dimostrazione di finanziamenti e/o pagamenti ai creditori dell'impresa da parte del congiunto dell'imprenditore, costituendo questi atti neutri, spiegabili anche in chiave di solidarietà familiare. A tali principi, affermano i giudici di Cassazione, si è correttamente attenuta la Corte di merito nell'evidenziare che, oltre alla cointestazione di tre conti correnti affidati, utilizzati per l'esercizio dell'impresa, vi era la costituzione di ipoteca volontaria a favore di banche creditrici e la collaborazione prestata dalla moglie alla gestione dell'impresa. Sussisteva, nella concreta fattispecie, l'esteriorizzazione del vincolo. Questo è il principio espresso dalla Corte di cassazione, sez. I civile, con la sentenza del 5 luglio 2013, n. 16829
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