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Fallimenti d'ufficio seppelliti

del 10/07/2013
di: di Antonio Ciccia
Fallimenti d'ufficio seppelliti
Il tribunale non può dichiarare d'ufficio il fallimento delle imprese. La riforma del fallimento (dlgs 5/2006), che ha tolto la possibilità al tribunale di aprire, senza istanza di parte, la procedura concorsuale, supera il vaglio della corte costituzionale. La Consulta (sentenza n. 184 depositata ieri 9 luglio 2013) non ha ravvisato l'eccesso di delega rispetto alla legge 80/2005. Con altra sentenza (n. 183/2013) la Consulta ha dichiarato l'incompatibilità del giudice dell'esecuzione, che ha pronunciato ordinanza di accoglimento o di rigetto dell'applicazione della disciplina della continuazione dei reati, nel giudizio di rinvio, dopo l'annullamento con rinvio da parte della cassazione dell'ordinanza di rigetto della richiesta dell'applicazione della continuazione. Vediamo, quindi, di illustrare le due sentenze.

Fallimento su istanza. Prima della riforma (dlgs 5/2006 attuativo della legge delega 80/2005) il fallimento poteva essere dichiarato, oltre che a richiesta del debitore, anche su ricorso di uno o più creditori, su istanza del pubblico ministero, e, infine, anche d'ufficio da parte del tribunale. Il problema, posto alla Consulta, è stato proprio se il tribunale possa dichiarare d'ufficio il fallimento. Questo, secondo il tribunale di Milano, che ha rimesso la questione alla corte costituzionale, contrasterebbe con la legge delega, nella quale manca una esplicita previsione sull'abolizione del fallimento «d'ufficio». La Consulta è stata di una diversa opinione. La legge delega, si legge nella sentenza in commento, ha dato al governo il compito di procedere, alla riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali, realizzando il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti. A questo proposito, l'ordinamento processuale civile italiano è, ispirato dal principio che esclude che il giudice , di regola, proceda d'ufficio, senza la richiesta di una parte o del pubblico ministero. Sulla base di questo principio generale la riforma ha modificato l'articolo 6 della legge fallimentare, togliendo la possibilità che il fallimento sia dichiarato d'ufficio. E così facendo non c'è stata nessuna violazione della legge delega.

Incompatibilità del giudice penale dell'esecuzione. Il giudice, che respinge la richiesta di un condannato di avere un beneficio (diminuzione della pena per la continuazione dei reati o per il concorso formale) non può più giudicarlo a seguito della ordinanza della cassazione che boccia l'ordinanza stessa. La Consulta con la sentenza n. 183/2013, depositata ieri 9 luglio 2013, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli articoli 34, comma 1, e 623, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono che non possa partecipare al giudizio di rinvio dopo l'annullamento il giudice che ha pronunciato o concorso a pronunciare ordinanza di accoglimento o rigetto della richiesta di applicazione in sede esecutiva della disciplina del reato continuato o del concorso formale. Il caso è questo: si chiede al giudice dell'esecuzione di rideterminare la pena perché i reati sono uniti dallo stesso disegno criminoso (continuazione) oppure perché c'è un'unica azione criminosa (concorso formale). Se il giudice dell'esecuzione respinge la richiesta e se la sua pronuncia, poi, viene ribaltata dalla cassazione, quel giudice non può più valutare il condannato. Il giudice, in questione, infatti, ha già un pregiudizio, che ne impedisce la imparzialità. In caso contrario si viola il principio per cui il giudice deve essere terzo e imparziale: mentre non è tale il giudice che, dopo essersi pronunciato su una questione esprimendo un giudizio di merito, quale quello inerente alla riconducibilità di distinti fatti di reato a un unico disegno criminoso o alla disciplina del concorso formale, venga nuovamente chiamato a decidere la medesima questione. Questo vale anche siamo nel giudizio di esecuzione (post condanna): la valutazione sulla continuazione o sul concorso formale implica una valutazione sul merito dell'accusa: in altre parole, conclude la consulta, è pregiudicante qualsiasi tipo di giudizio, che in base a un esame delle prove pervenga a una decisione di merito.

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