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P.a., l'e-market non va, si notano ancora problemi

del 12/06/2013
di: di Antonio G. Paladino
P.a., l'e-market non va, si notano ancora problemi
L'introduzione dell'obbligo di effettuare gli acquisti sul mercato elettronico ha certamente portato giovamenti gestionali alla pubblica amministrazione, ma è innegabile che ancora oggi si nota una certa ritrosia ad avvalersi di tale sistema. Infatti, se da un lato sono stati ridotti i costi sotto il profilo del risparmio di risorse nel processo di acquisizione ed è stata data la possibilità di confrontare i prezzi e scegliere il prodotto più aderente alla proprie necessità, dall'altro si nota in alcuni casi, l'attuazione di veri e propri «sotterfugi» per sottrarsi alle regole del mercato elettronico. Molti anche i problemi rilevati nelle procedure di acquisto. Tra questi, la presenza di beni con un prezzo superiore a quello rilevabile sul mercato libero e l'imposizione, a volte, di lotti minimi di acquisto eccedenti i fabbisogni effettivi delle amministrazioni. Queste considerazioni emergono dalla lettura della deliberazione n. 3/2013 della Corte dei conti - Sezione centrale di controllo sulle amministrazioni statali sullo stato degli strumenti di acquisto informatici.

L'indagine ha evidenziato che il ricorso al Me.Pa. (acronimo di Mercato elettronico per la Pubblica amministrazione), introdotto ormai da dieci anni, non è avvenuto nella stessa misura da parte di tutte le amministrazioni, nonostante l'obbligo di acquistare su tale mercato beni e servizi inferiori alla soglia comunitaria sia in vigore dal 2007 e reso più stringente dalle disposizioni introdotte con il dl n. 95/2012. Tranne i casi «eccezionali» legati alla particolarità del settore merceologico di interesse, la Corte ha rimarcato sull'inderogabilità delle disposizioni in materia di ricorso a tutti gli strumenti informatici di acquisto. In particolare, si legge, con oltre un milione di prodotti disponibili sul mercato, è avvenuto che il rifiuto posto da alcune amministrazioni ad acquistare telematicamente, adducendo motivazioni «irrilevanti» quali l'esteticità del bene o la mancanza di fiducia sul fornitore, siano da ritenere delle vere e proprie «clausole di stile» addotte per ricorrere al mercato libero. La raccomandazione, quindi, è quella di acquisire il bene sul libero mercato, solo dopo aver condotto una ricerca presso tutti i bandi aperti sul mercato, al fine di accertarsi dell'esistenza del bene o del servizio richiesto.

Altra nota dolente rilevata dai magistrati contabili è quella riferita alla cronica mancanza di fondi che alcuni dicasteri hanno fornito durante l'istruttoria. In particolare, i ministeri dello sviluppo economico, della giustizia, delle politiche agricole, infrastrutture e trasporti e quello della giustizia, hanno lamentato la difficoltà di programmare annualmente i propri fabbisogni a causa delle limitate risorse disponibili. Per la Corte, però, questo non può impedire la programmazione degli acquisti. Anzi, vista l'aria che tira, è sempre preferibile l'avvio di una oculata programmazione, in quanto, in caso contrario, la spesa potrebbe aumentare proprio a causa del ricorso al libero mercato per gli acquisti in urgenza.

Infine, la Corte ha riscontrato che molte P.a. hanno lamentato che sul Me.Pa. i fornitori talvolta impongano lotti minimi di acquisto per quantità che superano gli effettivi fabbisogni. Il suggerimento dei magistrati contabili, su questo versante, è che le amministrazioni potrebbero costituirsi in «gruppi di acquisto», con la funzione di aggregare la domanda così da acquistare i beni che effettivamente necessitano. Infine, alcune P.a. hanno lamentato che alcuni beni, a parità di qualità, sul mercato elettronico hanno un prezzo superiore a quello del mercato libero. La soluzione? Per la Corte occorre procedere all'acquisto non con un ordine diretto, ma con una richiesta di offerta. In pratica, le amministrazioni dovrebbero contrattare con il fornitore, accordandosi per un prezzo inferiore a quello di listino. Senza dimenticare che in molti casi le amministrazioni vengono lasciate al loro destino nella delicata fase del postvendita, in particolare, nel mancato rispetto dei tempi di consegna del bene.

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