Consulenza o Preventivo Gratuito

Studi, appalti pubblici per pochi

del 23/05/2013
di: di Benedetta Pacelli
Studi, appalti pubblici per pochi
Oltre il 97% degli studi professionali è fuori dal mercato dei lavori pubblici. Un dato che si è trasformato in un immediato grido di allarme da parte di otto professioni tecniche (agrotecnici, architetti, dottori agronomi e dottori forestali, geologi, geometri, ingegneri, periti agrari, periti industriali) che ieri hanno scritto una lettera direttamente all'Autorità garante della concorrenza e del mercato sollecitando un intervento immediato per rimuovere tutte «le distorsioni anticoncorrenziali».

Tutto parte dai vincoli imposti dall'art. 263 del Regolamento di attuazione del codice dei contratti (dpr 207/10), il quale prevede che le stazioni appaltanti, redigendo il bando per gli affidamenti di servizi di architettura e di ingegneria, fissino tra i requisiti tecnico-economici necessari per partecipare alla gara, non solo il fatturato che il concorrente deve dimostrare di avere maturato negli ultimi cinque anni (da due a quattro volte l'importo del servizio oggetto della gara), ma anche il personale tecnico (dipendenti o consulenti stabili) di cui il concorrente deve dimostrare di avere fruito negli ultimi tre anni (da due a tre volte il numero stimato nel bando).

Si tratta di requisiti che, denunciano i rappresentanti delle categorie professionali, nel frattempo riunite in un tavolo ad hoc proprio in materia di lavori pubblici, di fatto sbarrano la strada delle commesse pubbliche agli studi professionali e soprattutto ai giovani. E sono i numeri a parlare: secondo i dati censiti dal monitoraggio dell'Agenzia delle entrate per l'applicazione degli studi di settore, per l'anno 2011, il numero medio di strutture professionali con 1 addetto è pari all'84,5%, tra i 3 e i 5 addetti la percentuale è pari al 10,5%, dai 3 ai 5 pari al 2,3% e infine per numero di addetti da 5 a 10 pari all'1,7%. Questo significa che, nelle gare per l'affidamento di servizi di architettura e ingegneria di importo stimato superiore a 100.000 euro, per le quali il bando pubblicato dalla stazione appaltante imponga un numero di addetti superiore a cinque (requisito chiesto in più del 90% delle gare bandite sul territorio nazionale), si registra di fatto una chiusura del mercato di oltre il 97,3% dei professionisti. E il numero degli addetti è un criterio stringente e determinante anche per incarichi di importo estremamente basso. Il risultato? Un mercato dei lavori pubblici sostanzialmente riservato solo alle grosse società di professionisti, principio che si pone in netto contrasto, denunciano i rappresentanti delle otto professioni tecniche, «di tutti i principi delle direttive comunitarie e dello stesso codice dei contratti, in materia di libera concorrenza e che lede il diritto alla libera prestazione dei servizi».

A essere chiamato in causa dalle professioni tecniche non è solo l'Antitrust, ma anche il ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi ancora una volta sul tema dei lavori pubblici (il tema è così sentito tanto che anche l'ordine degli ingegneri di Roma ha appena istituito il tavolo permanente sulla legislazione dei lavori pubblici). Nel caso però del ministro Lupi il riferimento è al Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture e al relativo regolamento di attuazione per i quali le professioni propongono una serie di emendamenti. L'obiettivo dei correttivi è quello di andare verso una maggiore trasparenza negli affidamenti, incentivando le stazioni appaltanti a ricorrere al concorso di progettazione o di idee piuttosto che al solo criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.

© Riproduzione riservata

vota