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Esercizio abusivo tollerare il lavoro del non abilitato

del 18/05/2013
di: Debora Alberici
Esercizio abusivo tollerare il lavoro del non abilitato
Risponde di esercizio abusivo della professione il titolare dello studio che tollera la collaborazione su attività riservate di chi non è ancora abilitato. Non solo: in caso di danni o lesioni al cliente, in questo caso il paziente di un dentista, risponde a titolo di concorso morale nel reato.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 21220 del 17 maggio 2013.

In particolare la sesta sezione penale ha precisato che risponde a titolo di concorso nel delitto de quo chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di attività professionale per cui è richiesta come nella specie una specifica abilitazione dello Stato.

Non solo. Sul versante del concorso morale, riguardante prevalentemente le professioni sanitarie, il responsabile di uno studio medico (in questo caso direttore responsabile della struttura medica), per la peculiarità della funzione posta a tutela di un bene primario, giusta testuale disposto dell'art. 33 della Carta costituzionale, ha l'obbligo di verificare, in via prioritaria ed assorbente, non solo i titoli formali dei suoi collaboratori, curando che in relazione ai detti titoli essi svolgano l'attività per cui essi risultano abilitati, ma ha altresì l'ulteriore, concorrente e non meno rilevante, obbligo di verificare in concreto, che, al formale possesso delle abilitazioni di legge, corrisponda un accettabile standard di «conoscenze e manualità minimali», conformi alla disciplina ed alla scienza medica in concreto praticate.

La vicenda riguarda un dentista, titolare dello studio, che era stato denunciato da un paziente che, in seguito a un impianto endoosseo fatto da un collaboratore, aveva subito delle lesioni. Per questo il Tribunale e la Corte d'appello lo avevano condannato per esercizio abusivo della professione e concorso morale in lesioni sul paziente. Ora la Cassazione ha reso definitiva la condanna ritenendo del tutto irrilevanti le giustificazioni della difesa.

Anche la Procura generale di Piazza Cavour aveva sollecitato lo stesso epilogo.

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