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Disoccupazione: un'emergenza chiamata giovani

del 16/05/2013
di: di Gaetano Stella presidente di Confprofessioni
Disoccupazione: un'emergenza chiamata giovani In un Paese che non cresce (le stime sul pil indicano che la recessione sarà ancora lunga e dolorosa), dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli di assoluta emergenza e le attività economiche (comprese quelle professionali), non riescono a fronteggiare i costi per restare sul mercato a causa di un eccessivo prelievo fiscale, delle difficoltà ad accedere al credito e, non ultimo, dei costi occulti della burocrazia, non servono particolari alchimie politiche per rimettere in moto l'economia reale.

Al netto delle fisiologiche contrapposizioni che contraddistinguono l'inedita coalizione di governo, l'esecutivo Letta ha la straordinaria opportunità di sciogliere i nodi che soffocano la ripresa, tralasciando per una volta interessi di parte o di partito. E l'indicazione di un «programma minimo condiviso», messo a punto nei giorni scorsi dal governo nell'Abbazia di Spineto, sembra voler sperimentare questa nuova strada politica che può trovare un'ampia convergenza in Parlamento e con le Parti sociali. Da questo punto di vista, la road map dei primi cento giorni dell'esecutivo Letta sembra incanalarsi nella giusta direzione: lavoro, giovani, fisco e riforme. Non poteva essere diversamente anche se, in molti casi, restano ancora da chiarire dove e come si dovranno reperire le risorse per le necessarie coperture finanziarie.

Al primo punto dell'agenda del governo c'è l'emergenza occupazionale che colpisce soprattutto i giovani e le fasce più deboli della popolazione. Una scelta pienamente condivisibile che raccoglie, tra l'altro, il grido di allarme lanciato da Confprofessioni. Secondo le ultime statistiche, circa il 40% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro, mentre il tasso di disoccupazione nella fascia compresa tra i 25 e i 29 anni, quelli cioè che hanno terminato gli studi o comunque hanno in tasca una laurea, sfiora il 16%. Si tratta di dati insostenibili sul piano sociale, prima ancora che economico. L'Italia è un paese che non investe sui giovani, sulle generazioni del futuro. Gli ultimi interventi normativi hanno creato troppe rigidità per il loro inserimento nel mercato del lavoro e, in prospettiva, un'intera generazione è a rischio di esclusione sociale. Per invertire il drammatico andamento della disoccupazione giovanile occorre una cura shock, azzerando i contributi e ridurre il costo del lavoro per chi crea occupazione vera.

Secondo quanto si apprende dagli organi di informazione, il piano per l'occupazione che il ministero del Lavoro sta definendo a livello europeo per contrastare la disoccupazione giovanile prevede l'ipotesi di una staffetta generazionale e il rafforzamento del credito d'imposta, fino all'introduzione di sgravi fiscali e contributivi per un determinato periodo di tempo a favore delle imprese (e agli studi professionali, aggiungiamo noi) che assumono i giovani. Il governo ha annunciato l'obiettivo di voler arrivare in tempi rapidi a 100 mila giovani assunti, ma il piano straordinario per l'occupazione giovanile non è a costo zero e l'ipotesi di attingere le risorse dai fondi europei è sub judice alla procedura per deficit eccessivo.

Allo studio del ministero c'è anche l'ipotesi di una revisione della riforma Fornero insieme con una semplificazione dei contratti a termine e il rilancio dell'apprendistato. Sicuramente si tratta di interventi necessari per rimuovere le rigidità della legge 92/2012, ma qualsiasi ipotesi di rilancio dell'occupazione passa inevitabilmente in una drastica riduzione del costo del lavoro, intervenendo sul lato fiscale e contributivo. A cominciare da una netta riduzione del cuneo fiscale, per assicurare un miglior equilibrio nelle politiche di redistribuzione del reddito e, quindi, liberare maggiori risorse per i consumi e gli investimenti. Basta calarsi, per esempio, nella realtà degli studi professionali per comprendere la sproporzione tra il costo del lavoro sostenuto dal professionista-datore di lavoro e il salario netto percepito da un giovane lavoratore. Mediamente, la paga base di un dipendente di IV livello è pari a 1.333 euro lordi mensili per 14 mensilità (lo stipendio lordo annuo è di 25.658 euro). Il netto mensile in busta paga scende a 1.035 euro, mentre il costo totale dell'azienda è di 2.343 euro al mese. La differenza tra il costo azienda e lo stipendio netto è di circa 1.300 euro al mese. In pratica, in un anno di lavoro, un giovane dipendente di 28 anni versa nelle casse dello Stato oltre 18 mila euro che se ne vanno tra tasse e contributi. Non va meglio agli apprendisti. Un giovane di 23 anni, assunto con un contratto di apprendistato riceve una retribuzione annua lorda di 19.675 euro. La somma equivale a un compenso lordo pari a 1.241 euro al mese che, al netto di tasse e contributi, scende a circa 1.000 euro al mese a fronte di un costo aziendale di 1.794 euro mensili.

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