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Negozi via internet, depositi al buio

del 04/03/2010
di: di Marilisa Bombi
Negozi via internet, depositi al buio
Si possono vendere prodotti erboristici senza il diploma specifico, mentre chi svolge attività di e-commerce è tenuto a comunicare l'indirizzo del suo deposito, ovunque esso sia, solo al comune di residenza. E in caso di subaffitto d'azienda, il subentrante può cedere l'esercizio a terzi, anche se è in attesa dell'autorizzazione a suo nome. Sono alcune delle risposte a pareri, fornite dal ministero dello sviluppo economico, relative a quesiti inviati negli ultimi quattro mesi. Istanze, che riguardano le più svariate materie.

Il commercio elettronico. Con il dlgs 114/1998, che ha riformato la disciplina del commercio, sono state introdotte anche le disposizioni relative al commercio elettronico. In particolare uno dei dubbi che da sempre sussiste è a chi va presentata la comunicazione che legittima l'esercizio dell'attività nell'ipotesi in cui per il deposito dei prodotti un soggetto si avvalga di un magazzino ubicato nel territorio di un comune diverso da quello di residenza. Il dubbio sorge dal fatto che la norma dispone che la comunicazione va inviata al comune di residenza o dove l'eventuale società ha la sede legale. A tale proposito, il Mise, con la risoluzione n. 94225 del 26 ottobre 2009, ha chiarito che il soggetto che intende avviare l'attività di commercio elettronico «ovunque si trovi il deposito in questione, è tenuto a comunicarlo unicamente al comune in cui ha la residenza, se persona fisica, o la sede legale negli altri casi». «Resta fermo, precisa anche il ministero, che il deposito, essendo una struttura destinata esclusivamente alla custodia e conservazione della merce, non può essere adibito a locale in cui l'esercente svolge l'attività di vendita».

Immobile da condonare e autonomia comunale. Sulla questione relativa alla possibilità di utilizzare per l'esercizio dell'attività commerciale un immobile oggetto di istanza di condono, il Mise non ha dubbi: «I presupposti richiesti dal dlgs. 31 marzo 1998, n.114, ai fini dell'apertura e dell'ampliamento di un esercizio commerciale non possono essere soggetti a interpretazione estensiva: ciò significa che non si può derogare al «… rispetto dei regolamenti locali di polizia urbana, annonaria e igienico-sanitaria, i regolamenti edilizi e le norme urbanistiche nonché quelle relative alle destinazioni d'uso». Tuttavia, precisa anche, la risoluzione n. 98164 del 3 novembre 2009, «... nel caso in cui, però, il comune abbia adottato un regolamento urbanistico edilizio comunale che preveda la possibilità di rilascio di certificati di agibilità provvisoria, nel caso di procedure di condono avviate ed ove detto regolamento sia stato legittimamente assunto e il provvedimento di agibilità sia rilasciato effettivamente nei limiti previsti dalle norme transitorie del regolamento edilizio, è possibile anche il rilascio di titoli commerciali soggetti a decadenza in caso di provvedimento di diniego di condono». Va da sé, peraltro, sottolinea il direttore generale, che «… non rientra nella competenza del Mise, la valutazione della legittimità del rilascio di certificazioni provvisorie di abitabilità/agilità, in quanto le problematiche si ricollegano a normative di tipo urbanistico e di destinazione d'uso» e quindi non di competenza del dicastero.

Vendita di prodotti erboristici senza titolo professionale. Per vendere prodotti erboristici, in base alla disciplina del commercio, non è necessario essere in possesso del diploma di erboristeria. Di conseguenza, è possibile aprire un negozio che vende articoli a base d'erbe, soltanto previa dimostrazione di possedere i requisiti morali prescritti dall'art. 5 del dlgs 114/1998. Se, poi, puntualizza il Mise nella risoluzione 103998 del 17 novembre 2008, il negozio intende porre in vendita anche alimenti, il soggetto interessato dovrà dimostrare di essere dotato dei requisiti professionali previsti espressamente dalla disciplina per il settore alimentare, che non mutano in relazione alla specifica merce trattata.

Subaffitto d'azienda. Il direttore generale per il mercato, l'impresa e la concorrenza del dipartimento per l'impresa e l'internazionalizzazione, con la risoluzione n. 107868 del 24 novembre 2009, rispolvera la disciplina di più di trent'anni fa, ovvero la legge 426/1971 e il suo relativo regolamento. A tale proposito, precisa che «non può che confermare quanto già precisato, al punto 11, della predetta circolare n. 3334 nel quale ha sostenuto che il subentrante (...), dal momento che è legittimato ad esercitare l'attività anche mentre è in attesa che gli venga rilasciata l'autorizzazione a suo nome, può cedere l'esercizio stesso in proprietà o in gestione. Il trasferimento in gestione è da ritenersi possibile anche da parte di chi abbia ottenuto l'esercizio in godimento, purché la possibilità di subtrasferire l'esercizio sia stata prevista dal suo dante causa». Ad avviso del Mise, infatti, «anche se la precisazione suddetta era riferita alle disposizioni contenute nell'art. 49 del decreto 31 agosto 1988, n. 375 (recante il regolamento di esecuzione della legge 11 giugno 1971, n. 426), l'abrogazione del medesimo, ad opera del citato decreto n. 114/1998, non comporta conseguenze sulla possibilità del subaffitto, peraltro ammesso anche in via giurisprudenziale (cfr. per ultimo Tar Lazio 2/10/2009, n. 9602).

Farmacie e parafarmacie. Con risoluzione n. 111747 del 3 dicembre scorso, il Mise rende nota la condivisione del ministero della salute a quanto il Mise stesso aveva già affermato, ad ottobre, con il parere 89193, nel senso che «l'art. 5 del dl 223/2006, convertito in legge 248/2006, nel prevedere la possibilità per gli esercizi commerciali di vendere al pubblico farmaci da banco o di automedicazione, non pone limiti di alcun tipo in termini di distanze con le farmacie operanti». In sostanza, secondo il ministero della salute «nulla è cambiato nelle disposizioni che regolano l'ubicazione degli esercizi farmaceutici regolamentate dalla legge 8/11/1991 n. 362».

La tuttofare non può somministrare. L'aver operato in qualità di dipendente, all'interno di una azienda, con la qualifica di «tuttofare» anche se tra le mansioni svolte vi sono «(...) anche quelle di aiuto cuoca di ausilio nei riguardi del personale di categoria superiore» non è requisito sufficiente per poter svolgere l'attività di somministrazione in proprio. È quanto afferma il Mise con la risoluzione n. 7859 del 22 gennaio 2010, tenuto conto che per possedere il requisito professionale relativo alla pratica commerciale, è necessario «aver prestato per almeno due anni negli ultimi cinque, presso imprese esercenti attività di somministrazione di alimenti e bevande, in qualità di dipendenti qualificati addetti alla somministrazione, alla produzione o all'amministrazione o, se trattasi di coniuge, parente o affine entro il terzo grado dell'imprenditore, in qualità di coadiutore».

Requisiti professionali per la vendita di generi alimentari. Con il parere 7993 del 22 gennaio, infine, il Mise ritiene che non può essere considerata utile, ai fini del riconoscimento della qualificazione professionale per la vendita di prodotti alimentari, l'iscrizione ad un albo dei commercianti all'ingrosso di prodotti alimentari, soppresso da oltre dieci anni.

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