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Dimenticatoio: Italia bocciata sul brevetto Ue

del 17/04/2013
di: da Bruxelles Angelo Di Mambro
Dimenticatoio: Italia bocciata sul brevetto Ue
Brevetti in italiano nel dimenticatoio. La Corte di giustizia Ue ha respinto il ricorso di Italia e Spagna contro la procedura di cooperazione rafforzata, adottata dal Consiglio Ue per istituire il brevetto unitario. La sentenza nelle cause riunite C 274/11 e C 295/11, boccia quindi la posizione assunta da Roma e Madrid, che si erano opposte alla decisione del Consiglio del marzo 2011, sulla base di motivazioni tecniche e politiche essenzialmente riconducibili al principio di non discriminazione linguistica.

In origine, il pacchetto di misure che dopo 30 anni di attesa ha portato, lo scorso dicembre, all'approvazione di un sistema di rilascio e protezione unico per i brevetti a livello Ue, prevedeva una domanda di registrazione compilata in cinque lingue, inglese, francese, tedesco, italiano e spagnolo. La sua formulazione finale comprende solo le prime tre, ovvero le lingue ufficiali dell'Epo (European patent office), l'ufficio europeo sui brevetti istituito da una Convenzione del 1973 e con sede a Monaco.

L'opposizione di Italia e Spagna sul punto era sfociata nella decisione da parte di 25 paesi del Consiglio di adottare la cooperazione rafforzata, per portare avanti il dossier. Una procedura che, secondo l'interpretazione della Corte, contribuisce al processo di integrazione quando gli Stati membri non riescano a pervenire a un regime comune entro un termine ragionevole.

Ecco perché, hanno spiegato i giudici di Lussemburgo, l'accusa mossa da Italia e Spagna al Consiglio di elusione del requisito dell'unanimità non sta in piedi. Quando si parla di titoli europei di proprietà intellettuale, si legge in una nota esplicativa della Corte, «la competenza a stabilire i regimi linguistici di detti titoli è strettamente legata alla loro istituzione», e la cooperazione rafforzata in materia è stata adottata secondo le norme, cioè in «ultima istanza».

In un iter legislativo che, dopo numerosi tentativi nei decenni passati, era stato nuovamente avviato nel 2000, secondo i giudici il Consiglio ha discusso un «numero considerevole di regimi linguistici differenti», senza arrivare a un accordo su nessuno. Secondo la Cgue, «la decisione impugnata non arreca pregiudizio al mercato interno né alla coesione economica, sociale e territoriale dell'Unione» e «non lede le competenze, i diritti e gli obblighi degli Stati membri».

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