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Strumenti deflativi: mediazione tributaria al palo

del 11/04/2013
di: di Renato Fanara presidente commissione Ungdcec diritto tributario
Strumenti deflativi: mediazione tributaria al palo
Il dl n. 98/2011 ha introdotto nella disciplina del contenzioso tributario l'istituto del reclamo e della mediazione, operando una decisa innovazione nell'ambito degli strumenti deflativi. A poco più di un anno dall'entrata in vigore della norma, si ha l'impressione che al legislatore sia mancata una sostanziale fiducia nei confronti del nuovo istituto. La procedura deflativa è, infatti, limitata alle controversie di valore non superiore a 20 mila euro, con il probabile intento di testarla su controversie di minore impatto sul gettito, dove l'incidenza dei costi fissi dell'Amministrazione finanziaria, giustifica un atteggiamento più morbido e accondiscendente, mascherando dietro il risparmio e l'economicità del procedimento, la volontà di ristabilire quella pace sociale tra accertato ed accertatore minata da esasperati atteggiamenti aggressivi e vessatori. La norma tuttavia presenta non poche contraddizioni, tra le quali emerge su tutte la «follia giuridica» dell'assenza di terzietà e imparzialità del conciliatore/mediatore, essendo questo individuato non in un soggetto terzo ma nello stesso soggetto che emette l'atto di accertamento. Ma anche e laddove l'Amministrazione riuscisse a elevare il suo livello a giudice imparziale, senza rischiare di ingenerare tra i funzionari addetti una profonda crisi di identità, non si comprende come la norma possa obbligare il contribuente a dover motivare integralmente e irrevocabilmente, in una fase amministrativa, il tentativo di annullamento o mediazione della pretesa. L'istanza di reclamo/mediazione, infatti, si trasforma, in caso di esito negativo, automaticamente in ricorso, senza possibilità di integrazioni o modifiche ai motivi di impugnazione. L'Agenzia delle entrate nella circolare 9/E del 16 marzo 2012, contenente indicazioni operative e chiarificatrici sull'istituto, evidenzia come «… la previsione normativa della possibilità, per l'Agenzia delle entrate, di esaminare preventivamente le doglianze che il contribuente intende proporre innanzi al giudice tributario risponde a esigenze riconosciute come costituzionalmente rilevanti». In proposito si ricorda che, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, il legislatore può ritenere opportuno, nell'interesse dello stesso ricorrente, che la fase giudiziaria sia preceduta da un esame della potenziale controversia in sede amministrativa, oltre che allo scopo di realizzare la giustizia nell'ambito della pubblica amministrazione, anche per evitare lunghe e dispendiose procedure giudiziarie.

Peccato che nel commento si ometta come la stessa Giurisprudenza dichiari però l'illegittimità di tali previsioni «… quando esse comportino una compressione penetrante del diritto di azione, ostacolandone o rendendone difficoltoso l'esercizio, in particolare comminando la sanzione della decadenza».

Le affermazioni dell'Agenzia delle entrate sembrano voler costruire una difesa «preventiva» qualora fosse riconosciuto che l'obbligatorietà della fase prodromica al ricorso è una palese e penetrante compressione del diritto di azione laddove inibisca e renda nulla l'azione successiva del ricorso. La Commissione tributaria provinciale di Perugia, con l'ordinanza n. 18 del 7 febbraio, ha sollevato, a tal proposito motivi di potenziale contrasto con la Carta costituzionale, tra i quali, la mancanza del requisito di terzietà.

È, infine, dubbio lo scopo di «realizzare la giustizia nell'ambito della p.a., anche per evitare lunghe e dispendiose procedure giudiziarie». L'attività professionale volta a garantire al contribuente l'adeguata tutela non può prescindere dal valutare un eventuale risultato negativo del reclamo e della mediazione. È dunque inevitabile la percezione del compenso professionale quale onere ingiusto per il contribuente, ogni qualvolta la parte avversa, eviti il pagamento delle spese di giudizio annullando l'atto illegittimo. In questa ipotesi si potrebbe prevedere per il contribuente che vede accolte le proprie ragioni in autotutela a seguito di reclamo, il riconoscimento di un credito d'imposta in funzione della spesa sostenuta per il compenso professionale.

La Commissione processo tributario dell'Ungdcec si sta interrogando, sull'opportunità di proporre al legislatore la creazione di Commissioni di conciliazione presiedute da componenti dell'Amministrazione e dei rappresentanti degli Ordini locali, che affievolirebbe la mancanza di terzietà. Basterà a superare i rilievi di incostituzionalità?

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