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Bancarotta impropria pesante con aggravante del danno

del 06/04/2013
di: di Debora Alberici
Bancarotta impropria pesante con aggravante del danno
Anche in caso di condanna per bancarotta impropria può essere applicata l'aggravante del danno di rilevante gravità.

A consolidare l'orientamento inaugurato a marzo con la sentenza 10180, è sempre la quinta sezione penale della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 15846 del 5 aprile 2013, ha confermato l'applicabilità dell'aggravante a carico di tre sindaci di società.

Piazza Cavour ha quindi confermato il dietrofront della giurisprudenza di legittimità che, al di là dei più recenti orientamenti, ha aderito a quello maggioritario, in barba a una sentenza delle Sezioni unite penali (sentenza 21039 del 2011) che, in un passaggio, sembra aver escluso l'applicabilità dell'aggravante anche ai casi di bancarotta impropria.

Ma, spiega la sentenza, «avendo il legislatore posto su un piano paritario i reati di bancarotta propria e quelli di bancarotta impropria, non v'è ragione, ricorrendo la stessa ragione, di differenziare la disciplina sanzionatoria».

Mentre di recente un altro Collegio della stessa Cassazione aveva stabilito che non è applicabile la circostanza aggravante ad effetto speciale del danno patrimoniale di rilevante gravità di cui all'art. 219, comma primo, legge fall. all'ipotesi di bancarotta documentale fraudolenta impropria, stante il richiamo letterale dell'art. 219 comma primo legge fall. circoscritto agli artt. 216, 217 e 218.

Fra l'altro, aggiunge la Corte, le pene per la bancarotta propria si determinano tenendo conto non solo dei minimi e massimi edittali contemplati dall'articolo 216, bensì anche considerando le attenuanti e le aggravanti «speciali» previste per tali reati. Il rinvio alla determinazione della pena, cioè, deve ritenersi integrale ed è basato sul presupposto della identità oggettiva delle condotte. Ogni diversa interpretazione sarebbe irragionevole in quanto condotte potenzialmente più pericolose sarebbero punite in modo più lieve.

Anche la Procura generale della Suprema corte sembra allinearsi a questo nuovo orientamento tanto che, nell'udienza tenutasi al Palazzaccio poco più di quindici giorni fa, ha chiesto al Collegio di legittimità di respingere il ricorso dei tre sindaci e di confermare i tre anni di reclusione sanciti a loro carico dalla Corte d'appello.

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