Consulenza o Preventivo Gratuito

Fornitura prodotti alimentari, contratti certi addio

del 29/03/2013
di: di Luigi Chiarello
Fornitura prodotti alimentari, contratti certi addio
Stop all'obbligo di redigere in forma scritta i contratti di fornitura di prodotti agroalimentari. E, nelle transazioni tra privati, stop all'obbligo di pagare a 30 giorni i fornitori di prodotti freschi e a 60 giorni i produttori di alimenti non deperibili. Rispondendo a un quesito inoltrato il 26 febbraio scorso dal direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, il capo dell'ufficio legislativo del ministro dello sviluppo economico, Raffaello Sestini, ha di fatto demolito l'articolo 62 del decreto legge 1/2012, convertito nella legge 27/2012. Dispositivo che obbliga a rapporti più trasparenti nelle relazioni tra imprese agroalimentari e gdo, introducendo vincoli che dovevano servire a riequilibrare i rapporti di forza nella filiera alimentare. La risposta del dicastero guidato da Corrado Passera è stata diffusa mercoledì in tarda serata (si veda ItaliaOggi di ieri). In essa il legislativo del ministero scrive nero su bianco che, a suo avviso, «l'articolo 62 (...) è stato abrogato tacitamente e oggi non è più in vigore», perché mandato in soffitta dal successivo recepimento della nuova direttiva Ue sui pagamenti (n. 2011/7/Ue). Recepimento attuato con dlgs 192/2012 (a modifica del quadro normativo preesistente, disegnato dal dlgs 231/2002) e che, una volta tanto, è stato effettuato, rileva via Veneto, «in anticipo» rispetto al termine fissato dalla direttiva stessa. Che ha fissato la scadenza al 16 marzo 2013. Il tutto con buona pace delle imprese agroalimentari che avevano caldeggiato il provvedimento per bilanciare la loro strutturale debolezza nelle contrattazioni con la distribuzione. Di più. Secondo il ministero dello sviluppo economico, la conseguenza diretta dell'abrogazione implicita del dispositivo è che non trovano applicazione «neppure i commi 7, 8 e 9 del medesimo articolo (62, ndr), in quanto concernono sanzioni ormai prive della relativa fattispecie, alla stregua dei principi costituzionali di legalità e riserva di legge».

La presa di posizione di Via Veneto ha lasciato di stucco i tecnici del ministro alle politiche agricole, Mario Catania. Che per mesi si è speso fortemente per il varo del provvedimento. E che, secondo quanto ricostruito da ItaliaOggi, nelle fasi di stesura dell'articolo 62 aveva già approfondito la tematica di un eventuale conflitto con la nuova direttiva Ue ancora da recepire. Giungendo alla conclusione che la normativa italiana si inserisce nel recinto della più ampia direttiva Ue, che prevede la possibilità di tutele rafforzate per taluni settori resi strutturalmente deboli dalle condizioni di mercato. Va infatti ricordato che l'art. 62 fu giudicato pienamente legittimo dal Consiglio di stato. E, in base alla stessa direttiva 2011/7/Ue gli stati membri possono mantenere in vigore o adottare disposizioni più favorevoli al creditore di quelle necessarie per conformarsi alla direttiva stessa (si veda articolo a lato). Per altro, fonti delle Politiche agricole hanno confermato a ItaliaOggi che «il ministro Catania considera totalmente errata la posizione dello Sviluppo economico e ribadisce che l'articolo 62 è in vigore e resterà in vigore». I tecnici di Catania stanno infatti lavorando a una nota di chiarimento che verrà diffusa sul sito ministeriale. Se non domani, entro lunedì prossimo.

I rilievi di Via Veneto. Il capo del legislativo di Passera scrive nel parere a Confindustria che il recepimento della direttiva europea «riguarda in generale tutti i contratti a far data dal 1° gennaio 2013» e che la direttiva Ue - oltre a essere «più stringente» rispetto alla vecchie norme sui tardivi pagamenti (il dlgs 231/2002) - è anche «non più compatibile con l'articolo 62 del decreto legge 1/2012». Ma c'è di più: la normativa europea è universale perché ha dettato una disciplina generale in materia di termini di pagamento per tutte le transazioni commerciali, «operando, diversamente dal passato, una chiara distinzione rispettivamente per i contratti tra imprese e per quelli tra imprese e pubbliche amministrazioni». Inoltre, scrivono i tecnici di Via Veneto, la direttiva Ue ha «innovato la normativa vigente» su due fronti: l'aspetto relativo ai «termini di pagamento» e «l'aspetto delle conseguenze pecuniarie del ritardo». Introducendo, per quest'ultimo «il rimborso in forma forfettaria a copertura dei costi amministrativi e interni di recupero del credito».

Al contrario, rileva Via Veneto, l'articolo 62, essendo «di esclusiva matrice nazionale, si inquadrava in una previgente disciplina», anch'essa di matrice Ue, «che giustificava termini più lunghi di pagamento (60 giorni) per alcune categorie di contratti», come «i prodotti alimentari deteriorabili». Una dizione quella dei «deteriorabili», che invece, la direttiva Ue ha cancellato. E che non compare neppure nel suo dlgs di recepimento, il 192/2012, che al contrario avrebbe potuto far salva la differente disciplina prevista pochi mesi prima dall'articolo 62 per queste merci. Quindi, desume Via Veneto, «non sembra possa trovare spazio una disciplina derogatoria per talune tipologie di transazioni commerciali, dovendosi applicare (...) la direttiva 2011/7/Ue anche per le transazioni commerciali per i prodotti agricoli e agroalimentari che deve necessariamente prevalere sulle difformi e incompatibili previsioni nazionali». Di più. Il ministero targato Passera afferma che l'art. 62 sarebbe tacitamente abrogato dalla «successiva più generale» normativa «di derivazione europea», sia per via del «criterio generale della successione delle leggi nel tempo, sia in applicazione del criterio di prevalenza del diritto Ue su norme nazionali incompatibili». E se ciò non bastasse, il capo del legislativo di Via Veneto rincara che, qualora l'art. 62 non venga ritenuto tacitamente abrogato, «la medesima disciplina dovrebbe in ogni caso essere disapplicata per contrasto con il sopravvalutato diritto europeo». Amen.

La disciplina Ue. In base al dlgs 192/2012, il termine di pagamento da cui decorrono gli interessi di mora è fissato «di regola in 30 giorni sia tra imprese, sia tra p.a. e imprese». Ma mentre il termine di pagamento tra privati e p.a. non può mai superare i 60 giorni, nemmeno nei casi specifici considerati come deroga alla regola generale, il termine di pagamento tra imprese può essere facoltativamente derogato dalle parti, che possono portarlo a 60 giorni o anche superare i 60 giorni, se ciò è pattuito espressamente e non è gravemente iniquo per il consumatore. In relazione alle deroghe pattizie e all'eventuale ritardo nei pagamenti, poi, il dlgs ha innalzato il tasso degli interessi legali di mora, prevedendo la corresponsione di una somma a forfait di 40 euro, volta a rimborsare i costi amministrativi e interni di recupero del credito, che si cumula agli interessi di mora. E ha previsto la nullità, se gravemente inique, delle clausole relative al termine di pagamento, al saggio degli interessi moratori e al risarcimento dei costi di recupero. Considerando ex lege gravemente inique, senza ammettere prova contraria, le clausole che escludono il diritto al pagamento degli interessi di mora e quelle relative alla data di ricevimento della fattura. E presumendo, invece, gravemente inique quelle che escludono il risarcimento dei costi di recupero.

vota