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Contributo trasformato in tassa occulta per le aziende

del 26/03/2013
di: La Redazione
Contributo trasformato in tassa occulta per le aziende
L'Inps trasforma un contributo per la ricollocazione dei dipendenti in una ennesima tassa occulta per l'imprese. È questo l'Inps lo fa tramite una circolare amministrativa senza alcuna copertura legislativa. Questa è l'unica spiegazione che è possibile dare dopo la lettura della circolare 44/2013 in cui si fa il punto della situazione sulle novità introdotte dalla legge n. 92/2012 (Legge Fornero) in tema di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo.

Ma spieghiamo i motivi. La legge prevede il pagamento di un contributo pari a circa 483 euro per ogni 12 mesi di anzianità in caso di licenziamento di lavoratori a tempo indeterminato.

Come spiega la stessa circolare 44 esiste una diretta correlazione tra il diritto del lavoratore a ottenere l'Aspi e il contributo di licenziamento.

La prima incoerenza che emerge dalla circolare è la differenza tra i part-time e i full-time. Appare assurdo che un datore di lavoro debba pagare lo stesso contributo sia per un part-time che lavora 2 ore la settimana sia per un dirigente che lavora 40 ore la settimana.

Seppure la norma non lo prevede espressamente un principio di riproporzionamento è certamente rinvenibile nei principi generali stabiliti per il part-time.

Ma l'Inps nell'interpretare le norme usa due pesi e due misure a seconda delle circostanze.

Infatti, l'Inps quando ha compreso che la norma come scritta avrebbe provocato un effetto devastante nei riguardi del lavoro domestico, con la circolare 25/2013 ha completamente inventato l'esclusione di questa categoria di lavoratori dal contributo adducendo un motivo del tutto privo di fondamento giuridico («attese le peculiarità di quest'ultimo» quali?).

Insomma, con riferimento ai tanti rapporti part-time questa circolare sembra abbia l'obiettivo di incassare somme per recuperare una esclusione del lavoro domestico probabilmente non prevista in fase di predisposizione della legge e che avrebbe fatto saltare le coperture finanziarie.

Un'altra questione che si appalesa come una ingiustizia giuridica è il calcolo del contributo connesso all'anzianità aziendale.

La norma prevede che il contributo sia dovuto «per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni».

La definizione letterale di una norma non è un dato di secondo piano e su questa si basa uno dei criteri principali per l'interpretazione delle norme.

Ebbene, la norma prevede che il contributo sia dovuto «per ogni 12 mesi di anzianità», al contrario l'Inps afferma che il contributo sia dovuto per ogni mese di anzianità.

Ma se il legislatore avesse voluto un contributo mensile avrebbe potuto dirlo in modo semplice, invece, ha affermato che il contributo sia dovuto per blocchi di 12 mesi di anzianità.

Questo significa che se l'anzianità di un lavoratore è di pochi mesi (inferiore a 12), il lavoratore non dovrebbe pagare nulla. Al contrario, l'Inps richiede un contributo proporzionale di 483,80 euro.

Se, invece, il lavoratore avesse un'anzianità di 20 mesi secondo la corretta lettura della norma pagherebbe un contributo parametrato solo su 12 mesi, ossia 483,80 euro. Mentre, l'Inps in questo caso vorrebbe un contributo di 806,33, ossia quasi il 100% rispetto a quanto dovuto.

Peraltro secondo la circolare considera mese intero quello in cui la prestazione lavorativa si sia protratta per almeno 15 giorni di calendario.

Questo criterio è una totale invenzione della circolare Inps che non trova alcun fondamento nella legge. Questa è una ulteriore prova della inesattezza giuridica di questo documento che ha il solo scopo di tassare ulteriormente le imprese in modo occulto.

Non è il primo caso di tassa occulta, si pensi ad esempio al fondo di tesoreria che l'Inps utilizza per erogare Tfr in una misura inferiore al 50% delle risorse che accumula ogni anno, e la parte residua (circa 4 miliardi di euro) concorre a coprire il debito pubblico cosi come più volte denunciato dalla stessa Corte dei Conti.

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