Consulenza o Preventivo Gratuito

Reato di esercizio: consulenza del lavoro trasparente

del 05/03/2013
di: La Redazione
Reato di esercizio: consulenza del lavoro trasparente
Le associazioni di categoria non possono delegare la consulenza del lavoro a terzi non abilitati. È esercizio abusivo della professione di consulente del lavoro. La massima della Cassazione è chiara e non lascia spazio a interpretazioni diverse.

«Sussistono gli estremi del reato di esercizio abusivo di una professione laddove la gestione dei servizi e degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale venga curata, non da dipendenti di un'associazione di categoria, di cui l'art. 1, comma 4 della legge n. 12 del 1979 eccezionalmente riconosce la possibilità di quella gestione, ma da un soggetto privo del titolo di consulente del lavoro, ovvero non iscritto al relativo albo professionale, che sia socio di una società solo partecipata da una di quelle associazioni di categoria».

Quindi, si rafforza ancor di più il ruolo del consulente del lavoro considerato centrale nelle dinamiche gestionali del rapporto di lavoro.

La legge n. 12/1979 riconosce infatti alle imprese artigiane, nonché alle altre piccole imprese, anche cooperative, la possibilità di affidare l'esecuzione degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale dei lavoratori dipendenti a servizi istituiti dalle rispettive associazioni di categoria, ma deve escludersi che queste attività possano essere delegate dalle associazioni di categoria (in qualsiasi modo) a terzi, pena l'aggiramento delle disposizioni della citata legge sulla garanzia delle prestazioni professionali. «La sentenza non fa che avvalorare la centralità e la necessità del consulente del lavoro nell'ambito della gestione dei rapporti di lavoro. Siamo nell'ambito della gestione i diritti fondamentali dei lavoratori che non possono essere affidate a chiunque. È una sentenza che affonda la visione mercantile che sta alla base degli interventi di depotenziamento del sistema ordinistico», commenta Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro.

LE MOTIVAZIONI

Si legge ancora nella sentenza della Corte di cassazione (n. 9725 del 28 febbraio 2013). «Rilevava la Corte di appello come le emergenze processuali avessero provato con certezza la colpevolezza dell'imputata in ordine al reato ascrittole, essendo irrilevante che a sas, di cui ella socio accomandatario titolare del 99% di quote, fosse partecipata all'1% da un'associazione artigiana, asseritamente abilitata per legge a curare gli adempimenti previdenziali dei lavoratori subordinati.

I giudici di merito, con motivazione completa e priva di vizi di manifesta illogicità, hanno congruamente spiegato come non potesse «scriminare» ovvero altrimenti rendere penalmente irrilevante la condotta posta in essere dalla imputata la circostanza che la stessa svolgesse quella attività professionale - riservata, per legge, ai consulenti del lavoro, senza averne conseguito l'abilitazione - quale socia accomandataria di una società in accomandita semplice partecipata, nella veste di accomandante, da una associazione di categoria abilitata per legge aria cura degli adempimenti previdenziali relativi ai lavoratori subordinati delle ditte associate.

E vero che l'art. 1, comma 4 della legge n. 12 del 1979, contenente le norme per l'ordinamento della professione di consulente del lavoro, prevede che le imprese considerate artigiane ai sensi della legge n. 860 dei 1956, nonché le altre piccole imprese, anche in forma cooperativa, possono affidare l'esecuzione degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale dei lavoratori dipendenti a servizi istituiti dalle rispettive associazioni di categoria, ma deve escludersi che le medesime attività possano essere da tali associazioni di categoria «delegate», in qualsiasi maniera, a terzi, pena l'aggiramento delle suddette norme stabilite a tutela dell'interesse a che ai cittadini possano essere garantite determinate prestazioni professionali solo da soggetti che hanno un minimo di standard di qualificazione.

Né conduce a una differente conclusione il fatto che il predetto art. 1, comma 4 preveda che le citate associazioni di categoria possano e non debbano affidare quei servizi anche a consulenti del lavoro, in quanto condizione indefettibile per la operatività di tale disposizione è che gli adempimenti lavori stivi, previdenziali e assistenziali dei lavoratori delle imprese associate, siano in ogni caso curati da dipendenti dell'associazione di categoria: situazione evidentemente diversa da quella oggi in esame nella quale - come correttamente messo in risalto dalla Corte distrettuale - l'associazione di categoria era socio accomandante, per giunta con una percentuale di partecipazione dell'1%, di una società facente capo esclusivamente all'imputata accomandaria con una partecipazione al 99%, cui era direttamente riferibile la gestione di quei servizi il cui esercizio è riservato per legge a specifiche categorie professionali,

Deve, dunque, affermarsi il principio del diritto per il quale sussistono gli estremi del reato di esercizio abusivo di una professione laddove la gestione dei servizi e degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale venga curata, non da dipendenti di un'associazione di categoria, cui l'art. 1 comma 4 della legge n. 12 del 1979 (contenente le Norme per l'ordinamento della professione del lavoro) eccezionalmente riconosce la possibilità di quella gestione, ma da un soggetto privo del titolo di consulente del lavoro, ovvero non iscritto al relativo albo professionale, che sia socio di una società solo partecipata da una di quelle associazioni di categoria».

LIBRO UNICO DA CORREGGERE

La sentenza, quindi, rafforza la centralità della posizione del consulente del lavoro nel sistema della gestione di tutti gli adempimenti di cui al comma 1 dell'art. 1 della legge 12/79. Sembra, pertanto, potersi dedurre la inconsistenza del Vademecum sul Libro unico del lavoro, laddove viene distinto il momento dell'incarico professionale rispetto a quello della tenuta del libro unico medesimo. La distinzione del momento consulenziale rispetto a quello elaborativo nel contesto della compilazione del Libro unico costituisce una pericolosa fictio iuris illegale, che può condurre ad integrare gli estremi della fattispecie delittuosa di cui all'art. 348 c.p.

La prestazione professionale individuata dalla legge non è in sé divisibile, in quanto tutta meritevole di tutela pubblicistica, non prevedendo la legge medesima un aspetto meno rilevante. I principi della non divisibilità della prestazione e della non delegabilità della prestazione stessa sono assiomi imprescindibili del sistema della tutela della buona fede del cittadino, della tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi.

Orbene, le associazioni di categoria sono soggetti abilitati allo svolgimento degli adempimenti di cui all'art. 1 della legge 12/79, nella misura in cui svolgano direttamente tali adempimenti con personale proprio dipendente nel rispetto del disposto del comma 4 del medesimo art. 1 (salva sempre la possibilità di affidare tali prestazioni a consulenti del lavoro). Solo questo paradigma fattuale secondo il legislatore garantisce la tutela della buona fede del cittadino. Ogni altra ipotesi differente di svolgimento dei menzionati adempimenti lavoristico-previdenziali realizza il reato di cui all'art. 348 c.p. Alla luce di quanto sopra esposto, appare di tutta evidenza l'incongruenza di quanto riportato nelle risposte ai quesiti nn. 37 e 38 del citato Vademecum che contrastano con il dettato normativo e con la citata sentenza . Ma grande attenzione dovrà essere posta anche nelle profilazioni Inps. «Abbiamo già avviato l'iter istituzionale necessario per far rispettare i condivisibili principi contenuti nella sentenza. La nostra vigilanza sulla sua applicazione sarà altissima», conclude la presidente Marina Calderone.

vota