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Il contratto di locazione finanziaria senza segreti

del 01/03/2013
di: La Redazione
Il contratto di locazione finanziaria senza segreti
Il contratto di locazione finanziaria senza segreti. In mancanza di una qualificazione giuridica, Renato Bogoni spiega quali norme applicare.

Domanda. Quali motivazioni hanno spinto la Fondazione a dedicarsi a questo tema?

Risposta. La mancanza di una disciplina specifica del contratto di locazione finanziaria nel nostro ordinamento ha, infatti, sempre creato delle difficoltà in termini di norme da applicare, principalmente a causa della mancanza di un'univoca opinione sulla qualificazione giuridica dello stesso. Se la problematica poteva considerarsi in parte superata a seguito delle pronunce della Suprema Corte sul finire degli anni 80, in realtà nuove incertezze sono riemerse con l'introduzione dell'art. 72-quater l.f.; disposizione che disciplina le sorti del contratto di leasing nell'ambito del diritto fallimentare.

D. Nella circolare la Fondazione propende per non estendibilità dei parametri previsti dalla nuova normativa a fattispecie estranee alla risoluzione in ambito endofallimentare dei contratti di locazione finanziaria. Può sintetizzarci gli assunti che giustificano tale orientamento?

R. In primo luogo, si ritiene – come sostenuto da autorevole dottrina – che il contratto di leasing sia iscrivibile tra i contratti di scambio e che quindi il finanziamento sia soltanto la «funzione» e non già la «causa» del medesimo; di conseguenza perderebbe di fondamento la tesi di coloro che identificano la ratio giustificatrice dell'applicabilità dell'art. 72-quater l.f. nella ora riconosciuta «causa finanziaria». Il diritto fallimentare, peraltro, mal si presterebbe ad individuare una specifica scelta in proposito del Legislatore, essendo una normativa di settore. Inoltre, si evidenzia che presenta delle incertezze la teoria secondo cui l'introduzione della nuova norma avrebbe determinato il configurarsi di un quadro sistematico della disciplina della risoluzione del contratto di locazione finanziaria, il quale per coerenza, potrebbe produrre effetti anche fuori dai ristretti ambiti fallimentari. Se ciò fosse vero, la normativa dovrebbe riservare uguale trattamento nei casi di scioglimento del contratto di leasing avvenuti in un momento antecedente alla dichiarazione di fallimento. In realtà, viene notato come già all'interno dello stesso diritto fallimentare si rinvengono due eccezioni a ciò. Da ultimo, viene rilevato come la disposizione in oggetto sia stata introdotta in un legge speciale, quale quella fallimentare, nelle sezione dedicata agli effetti del fallimento sui rapporti giuridici preesistenti; si tratta, pertanto, di un ambito in cui vengono regolamentati dei contratti che tuttavia trovano altrove la propria (diversa) disciplina generale. Le norme collocate in tale sezione sono destinate a regolare specificatamente dei negozi giuridici in una situazione di dissesto dell'imprenditore e non mirano, dunque, ad integrarne la definizione in ambito extracontrattuale. Anzi, la specialità delle medesime emerge in tutta evidenza, poiché già all'interno della legge fallimentare si può riscontrarne l'assenza della finalità di disciplina «generale»; basti pensare al trattamento dei rapporti pendenti nel concordato preventivo, per i quali giurisprudenza e dottrina ritengono inapplicabili dette norme.

D. Quali utilità pratiche potrebbe avere il prevalere dell'orientamento sostenuto dalla Fondazione?

R. Certamente il consolidarsi o il prevalere di un unico orientamento consentirebbe agli operatori del settore di fare finalmente chiarezza quanto meno sulla regolamentazione da adottare nel caso di scioglimento del contratto in parola. L'adozione poi dell'indirizzo sostenuto dalla Fondazione garantirebbe il ripristino di una situazione di equilibrio per le parti contrattuali. In particolare, l'applicazione dell'art. 1526 cod. civ. alla risoluzione del contratto di leasing è stata elaborata dalla giurisprudenza sia per l'evidente analogia presente nei due istituti, sia perché si trattava di contemperare in modo equo gli interessi del concedente e del locatario a fronte di contratti che privilegiavano indiscriminatamente il primo. Ora, l'introduzione dell'art. 72-quater l.f. crea una situazione di parziale equilibrio, pur con un vantaggio del concedente che può recuperare il proprio credito tanto grazie al prezzo realizzato con la vendita del bene, quanto con i meccanismi di insinuazione al passivo previsti dalla norma. Ciò, tuttavia, non si verificherebbe al di fuori del fallimento. Si pensi, ad esempio, alla procedura di concordato preventivo; l'applicazione dei meccanismi di cui all'art. 72-quater l.f., sommata all'utilizzo di altri strumenti di arricchimento del concedente (quali l'indennizzo previsto dall'art. 169-bis l.f.), comporterebbe degli indebiti vantaggi per quest'ultimo che, a fronte della crisi dell'impresa e della carenza di patrimonio disponibile per i creditori, vedrebbe la propria posizione ingiustamente privilegiata rispetto ad ogni altro creditore, in modo assolutamente incoerente con i principi della «par condicio».

D. Quindi l'art. 72-quater l.f. costituirebbe una norma di stretta applicazione nell'ambito fallimentare?

R. Riteniamo proprio di sì. La norma appare infatti di stretta applicazione nell'ambito fallimentare tanto da un punto di vista logico quanto sistematico, per cui a nostro avviso non si può considerare superato l'orientamento scolpito in molteplici pronunce dalla Suprema corte, che applica la disciplina dell'art. 1526 del codice civile alla risoluzione del leasing avvenuta fuori dal fallimento.

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