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Riforma forense: competenze tipiche sotto attacco

del 01/03/2013
di: di Marco Cramarossa presidente Ugdcec di Bari e Trani
Riforma forense: competenze tipiche sotto attacco
Avvilisce leggere tra le righe di alcuni autorevoli commenti alla legge n. 247/2012, di riforma della professione forense, che si poteva fare di più. Avvilisce perché il legislatore sembra benevolmente ritagliare in maniera sartoriale talune leggi, mentre in altri casi procede coattivamente a sfilare capi di abbigliamento ad alcuni professionisti per procedere alla loro distribuzione a categorie di lavoratori autonomi, definiti nel perimetro normativo disegnato dalla sapiente mano della legge n. 4/2013 come professionisti non organizzati in Ordini e Collegi. Eppure alla legge di riforma della professione forense credo proprio che una qualche forma di ringraziamento dovrebbero tributarla, paradossalmente, anche i dottori commercialisti. Vediamo perché. L'art. 2, comma 6, della legge in parola riserva agli avvocati la consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale, connessa all'attività giurisdizionale, facendo salve le ipotesi di «competenze espressamente individuate relative a specifici settori del diritto e che sono previste dalla legge per gli esercenti altre professioni regolamentate». Il decreto legislativo n. 139/2005 riconosce ai dottori commercialisti ed agli esperti contabili una competenza specifica in determinate materie insistenti sul segmento economico, finanziario, tributario e societario: il riferimento è, evidentemente, l'art. 1 del decreto istitutivo dell'Albo unico. Tanto basta per escludere dalla consulenza stragiudiziale i soggetti senz'Albo ed includere, invece, per determinate competenze attinenti a specifici settori del diritto altre professioni regolamentate. Il legislatore, seppur incidentalmente, ci consente di focalizzare l'attenzione su una espressione terminologica che condensa in sé forma e sostanza, ovvero le così dette competenze specifiche. La Cassazione, sentenza n. 11545/2012, ha statuito che integra l'ipotesi di esercizio abusivo della professione il compimento di atti che, seppur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, sono «univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione», il riferimento corre all'art. 1 del dlgs 139/2005, allorché svolti con modalità tali da creare, in assenza di precise ed esplicite indicazioni diverse, «le oggettive apparenze dell'attività professionale». La sentenza risale al mese di marzo dell'anno scorso, quasi in concomitanza con il passaggio in surplace alla Camera del disegno di legge sui senz'Albo. Quel disegno, purtroppo, ha trovato una cornice e ora il quadretto fa bella mostra di sé in più di qualche ufficio. Così si aprono sportelli, si concludono protocolli d'intesa con l'Agenzia delle entrate e ci si organizza secondo le modalità autoreferenziali previste dalla normativa. Protocolli, si badi, esistevano anche prima, ma ragioni di opportunità suggerirebbero che, esistendo oggi una normativa specifica per determinati soggetti, una pubblica amministrazione debba attendere, quantomeno, il perfezionarsi di un iter procedurale, mi risulta, ancora in divenire. L'elenco delle associazioni, secondo le previsioni dell'art. 2, comma 7, della legge n. 4/2013, ancora non ha trovato albergo sul sito del ministero competente. In aggiunta, l'attività di vigilanza prevista dall'art. 10, rispetto per esempio alle prescrizioni dell'art. 5, non sappiamo se sia stata esperita.

La notizia è che, pertanto, le competenze specifiche si atteggiano a baluardo delle professioni ordinistiche, tanto per il legislatore quanto per i giudici del «Palazzaccio». Sia chiaro che nessuno vuole giocare a calcio con il teschio di qualcuno, ma è giusto che si faccia opportuna chiarezza a tutti i livelli e che si risolva l'antinomia tra dottori commercialisti e tributaristi: lo richiede la fede pubblica e lo chiedono i tanti giovani colleghi che, inutile negarlo e specie a certe latitudini, nella fase iniziale della loro attività professionale vivono di contabilità e di dichiarazioni fiscali. Auspicando che i dottori commercialisti, oltre a essere sto(r)icamente utili al paese, si sforzino di essere utili, almeno qualche volta, anche a se stessi. Magari proviamo a ripartire da qui, tutti insieme, nella consapevolezza che di acetone sullo smalto della nostra professione ne è caduto sin troppo.

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