Consulenza o Preventivo Gratuito

Disoccupazione in aumento? partite Iva, un vero boom

del 01/03/2013
di: di Francesco Longobardi – presidente Ancl Su
Disoccupazione in aumento? partite Iva, un vero boom
L'11% di disoccupazione? Roba passata. Le stime Ue sulla disoccupazione, prevedono il fenomeno in decisa crescita nel 2013, tanto da conquistare l'ulteriore livello del 12%. E gli avvisi ci sono tutti. Secondo le rilevazioni periodiche Istat (dati di dicembre 2012) A dicembre 2012 gli occupati sono 22.723.000, in diminuzione dello 0,5% rispetto a novembre (-104 mila) e dell'1,2% su base annua (-278 mila). Il tasso di occupazione, pari al 56,4%, diminuisce di 0,2 punti percentuali nel confronto congiunturale e di 0,6 punti rispetto a 12 mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 2.875.000, registra un lieve aumento (+4 mila) rispetto a novembre. Su base annua la disoccupazione cresce del 19,7% (+474 mila unità), l'aumento interessa sia la componente maschile sia quella femminile. Il tasso di disoccupazione si attesta all'11,2%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre e di 1,8 punti nei 12 mesi. Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 606 mila e rappresentano il 10,0% della popolazione in questa fascia d'età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 36,6%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e in aumento di 4,9 punti nel confronto tendenziale. A questo deprimente panorama, si aggiunga che il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0,6% rispetto al mese precedente (+81 mila unità). Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, in crescita di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e in diminuzione di 0,6 punti su base annua. Ma c'è da chiedersi: è proprio vero che ormai il lavoro non c'è, e non c'è per davvero? Non c'è in questo Paese manifatturiero, prim'attore della trasformazione, del made in Italy, delle eccellenze, dei cervelli? Davvero difficile da crederci. Probabilmente bisogna cambiare la filosofia di approccio alle dinamiche di analisi del mercato del lavoro, prestando maggiore attenzione a quelle che sono le concrete richieste da parte di aziende e datori di lavoro. Si scoprirebbe che è ormai radicato il terrore di nuove assunzioni, che prevale il timore di onerosi contenzioni con i lavoratori e con le organizzazioni sindacali nei casi di espulsione dai cicli produttivi, che l'elevato e insostenibile né ragionevole costo del lavoro rende impossibile la creazione di nuovi posti, che i sacrifici per mantenere i livelli occupazionali non vengono accuditi da un sistema premiale né contributivo né fiscale, che la normativa lavoristica è praticamente improponibile tra leggi, Ccnl, prassi, interpretazioni, diversificato comportamento degli Uffici, modi di pensare e di operare. E non parliamo dell'apprendistato. La verità allora può essere che le imprese vivono lo spavento di questa realtà, magari coltivando il sogno di voler investire in risorse umane perché ciò è da sempre intimamente collegato al proprio sviluppo in una prospettiva di crescita (come si usa dire negli ultimi tempi), ma preferendo restare a terra, per non rischiare di più, per non tuffarsi in progetti di sviluppo che – pur ambiziosi e percorribili – si scontrano sul muto della rigidità e della complicazione. Se così fosse, è di tutta evidenza che tutte le riforme del lavoro e dei singoli rapporti di lavoro che abbiamo vissuto negli ultimi trent'anni, tutto credono di aver risolto fuorché il sostegno all'occupazione. È evidentemente difficile comprendere che alcuni contratti di lavoro non creano lavoro ma ambiguità, che un apprendistato che ha bisogno degli spot televisivi, se evidentemente non decolla neanche con quel po' po' di sgravio contributivo e con la facoltà di recesso, evidentemente ha altri problemi. Forse l'argomento su cui bisogna intervenire è l'alleggerimento della burocrazia nei rapporti di lavoro, nonché generare forme di lavoro fruibili e decisamente semplificate. Il tutto accompagnato da una profonda revisione dei costi del lavoro a sostegno delle imprese, della detassazione dei redditi di lavoro, e del sostegno del reddito delle famiglie derivanti dl lavoro. Se quindi è vero che i datori di lavoro dimostrano di ambire a questa diversa concezione del mercato del lavoro, i lavoratori l'hanno capito da tempo. In barba a tutte le misure restrittive, la soluzione è aprirsi una partita Iva. Ce lo conferma la recente indagine della Cgia di Mestre, pubblicata in questi giorni. Nel 2012 sono state aperte 549 mila nuove posizioni: il 38,5 sono ascrivibili a giovani sotto i 35 anni. L'aumento delle aperture «giovanili» è reputato esponenziale: + 8,1%. L'area territoriale che ha segnato l'incremento maggiore tra gli under 35 è stata il Mezzogiorno. Su 211.500 circa nuove iscrizioni compiute dagli under 35 a livello nazionale, oltre 80 mila (pari al 37,8% del totale giovani) sono avvenute al Sud. Sempre tra i giovani è stato molto significativo anche l'aumento del numero delle partite Iva in capo alle donne. Se l'anno scorso le nuove iscrizioni tra le giovani hanno superato le 79.100 unità (pari al 37,4% del totale under 35) la crescita rispetto al 2011 è stata del 10,1%. È la risposta alle esigenze d lavoro, precario, inadeguato, improprio, per niente dignitoso. E allora, forse, il lavoro c'è. E qui si perde tempo sull'art. 18: si pensi a costruire il lavoro, e quando ci si riuscirà, potrà anche pensarsi a come uscirne.
vota