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Un redditometro reatroattivo caso per caso

del 19/01/2013
di: di Duilio Liburdi
Un redditometro reatroattivo caso per caso
Sarà compito del giudice tributario valutare l'applicabilità retroattiva delle nuove disposizioni in materia di redditometro laddove il risultato dovesse essere più favorevole di quello determinato sulla base delle vecchie norme. Ciò in quanto, evidentemente, nelle intenzioni del legislatore le regole varate con la norma e con l'apposito decreto rappresentano in modo migliore l'effettiva capacità contributiva. E dunque, concettualmente, il principio può essere applicato anche in relazione ad anni precedenti proprio per garantire e misurare l'effettività del reddito e delle spese. Questo anche se, da un punto di vista strettamente tecnico, l'Agenzia delle entrate mette in rilievo la differenza tra il dettato letterale delle norme affermando che i «vecchi» accertamenti sino al 2008 dovranno seguire le regole precedenti (si veda ItaliaOggi di ieri).

È questa l'osservazione che può essere formulata alla luce delle risposte rese dall'amministrazione finanziaria in occasione del forum organizzato da ItaliaOggi il 17 gennaio scorso nell'ambito del quale l'Agenzia alcune prime indicazioni sono arrivate sull'applicazione delle disposizioni in materia di redditometro dopo il varo del decreto che, come noto, dovrà essere utilizzato per gli accertamenti sui periodi di imposta a partire dal 2009. La questione riguardava l'applicabilità delle nuove disposizioni che indubbiamente appaiono più favorevoli come impostazione logica rispetto al contenuto del decreto ministeriale del settembre 1992 rispetto alle contestazioni che possono essere formulate o sono già state formulate in relazione ai periodi di imposta sino al 2008. La domanda, ragionevolmente, si fondava sul parallelo con gli studi di settore in quanto, per stessa indicazione dell'amministrazione finanziaria, l'evoluzione di uno studio di settore rende applicabile anche a ritroso l'evoluzione stessa rispetto ai risultati forniti dallo studio medesimo nella versione precedente. In tema di redditometro, invece, l'Agenzia delle entrate, riprendendo il contenuto della norma, afferma che la disposizione introdotta con l'articolo 22 del decreto legge n. 78 del 2010 attuata dal decreto del 24 dicembre 2012, nel sostituire i commi da 5 ad 8 dell'articolo 38 del dpr n. 600 del 1973, ha effetto, per gli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non era scaduto al momento di entrata in vigore dello stesso decreto n. 78. Conseguentemente, l'applicabilità delle nuove disposizioni ha effetto dalle rettifiche effettuate sul modello Unico 2010 per il periodo di imposta 2009.

La questione, in sé, è chiara da un punto di vista tecnico e di costruzione normativa. Ma non è evidentemente questo il problema che, invece, è di natura più sostanziale e che, necessariamente, interesserà un soggetto terzo quale il giudice tributario. Appare del tutto evidente, infatti, che proprio in ragione della assoluta maggiore attendibilità del nuovo strumento almeno nelle sue linee di principio (cioè una sommatoria di spese effettive più una parte residuale stimata), il contribuente raggiunto da un avviso di accertamento in base al vecchio redditometro avrà tutto l'interesse a far valere le nuove regole che, laddove non accolte (e così sarà alla luce della risposta fornita al forum) in occasione di un contraddittorio, riproporrà le medesime osservazioni in sede contenziosa. La questione è dunque ipotizzare il comportamento del giudice tributario a fronte di una evidenziazione, in sede di ricorso, del possibile miglior risultato del nuovo redditometro rispetto al precedente. In linea di principio si ritiene che il giudice tributario possa accogliere, in determinate ipotesi le osservazioni in questione.

Infatti, nel momento in cui il contribuente dovesse riuscire a dimostrare che il suo livello di reddito permette tranquillamente il sostenimento di alcune spese o il mantenimento di alcuni beni, l'applicazione dei nuovi principi che la stessa amministrazione finanziaria ammette essere decisamente più attendibili non si vede perché il giudice debba ignorare la «nuova» situazione. Soprattutto nei casi in cui l'applicazione matematica dei coefficienti porta, secondo le disposizioni precedenti, a risultati del tutto inattendibili. Si pensi, ad esempio, all'effetto palesemente discorsivo di un immobile di una certa metratura gravato da un mutuo ipotecario secondo le vecchie disposizioni. Nell'applicazione del redditometro sino al 2008, di fatto, pagare un mutuo significa ipotizzare un reddito di quattro o cinque volte superiore.

Nella nuova ottica del redditometro, invece, il mutuo va a diminuire l'investimento e rileva, di fatto, per l'importo versato nell'anno senza un coefficiente moltiplicatore. Quindi, se l'obiettivo è ricostruire l'effettiva capacità contributiva appare difficile sostenere, in concreto, che nel passaggio da un anno all'altro il vecchio strumento è applicabile in modo rigoroso se il nuovo strumento, per ammissione dell'Agenzia delle entrate, è decisamente più affidabile. Inoltre, siccome il nuovo redditometro, giustamente, dovrebbe servire per individuare le posizioni più critiche, i risultati del vecchio, se non valorizzati con le nuove regole porterebbero a pensare che il numero di tali posizioni era decisamente più elevato con una diminuzione dell'evasione. Proprio il fenomeno, però, che il legislatore e l'Agenzia delle entrate intendono contrastare con il nuovo redditometro.

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