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In Italia vengono violati i diritti umani dei carcerati

del 09/01/2013
di: di Patrizio Gonnella e Giovanni Galli
In Italia vengono violati i diritti umani dei carcerati
La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo con la sentenza-pilota nel caso «Torreggiani e altri contro Italia» depositata ieri, ha stabilito che l'Italia viola i diritti umani dei prigionieri detenendoli in celle con meno di 3 metri quadrati di spazio. E ha chiesto all'Italia di fare, entro un anno, dei passi strutturali per superare il sovraffollamento delle sue carceri, definito non episodico ma sistematico. Dato il gran numero di casi simili ancora in giudizio, la Corte dà inoltre all'Italia un anno di tempo per introdurre una serie di misure di risarcimento per le persone vittime del sovraffollamento delle carceri. L'Italia, nello specifico, è stata condannata per violazione dell'art. 3 della Convezione dei diritti dell'uomo – l'articolo che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti – in relazione appunto al sovraffollamento delle carceri. Alle autorità italiane è stato intimato di risarcire i ricorrenti per complessivi 99.600 euro più 6 mila euro di spese legali. La decisione della Corte di utilizzare la procedura della sentenza-pilota trova fondamento nel numero crescente di persone che in Italia sono potenzialmente interessate da un giudizio analogo. Le parti hanno adesso tre mesi per chiedere eventualmente che il caso venga portato di fronte alla Grande Camera della Corte, scaduti altrimenti i quali la sentenza diverrà definitiva.

La vicenda. Al momento in cui il ricorso è stato sporto, i signori Torreggiani, Bamba, Biondi, Sela, El Haili, Hajjoubi e Ghisoni erano detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e Piacenza. Ognuno di loro ha denunciato che condivideva al tempo una cella di 9 metri quadrati con altri due detenuti, avendo dunque a disposizione 3 metri quadrati ciascuno, senza disponibilità di acqua calda e in alcuni casi senza sufficiente ricambio d'aria né sufficiente illuminazione. Il 10 aprile 2010 il signor Ghisoni e due altre persone detenute nel carcere di Piacenza presentarono un ricorso al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia in relazione alle proprie condizioni di detenzione. Nell'agosto di quell'anno il magistrato dette loro ragione, sostenendo che i ricorrenti avevano subito trattamenti inumani e degradanti ed erano stati discriminati rispetto a detenuti alloggiati in condizioni più favorevoli. Alle autorità penitenziarie fu chiesto di risolvere immediatamente la situazione. Ghisoni fu trasferito in una cella doppia solo nel febbraio 2011. Nonostante questo, il Governo italiano ha sostenuto di fronte alla Corte di Strasburgo l'inammissibilità del ricorso a essa presentato, affermando che il rimedio interno esperito da Ghisoni e gli altri si era rivelato perfettamente effettivo. La Corte, nella sua sentenza, sostiene viceversa – così come anche più volte sostenuto dalla Corte costituzionale – che il reclamo al magistrato di sorveglianza è privo di garanzie per il detenuto ricorrente. La Corte specifica come, nell'attuale situazione di sovraffollamento del sistema penitenziario italiano, alle nostre autorità non sia possibile dal seguito alle decisioni della magistratura di sorveglianza e garantire condizioni di detenzione rispettose della Convenzione Europea. Nel luglio del 2009 l'Italia era già stata condannata dalla Corte per violazione dell'art. 3 nel caso «Sulejmanovic contro Italia», nel quale al ricorrente era stato riconosciuto di essere stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti durante la sua permanenza nel carcere romano di Rebibbia, quando a disposizione era arrivato ad avere 2,7 metri quadri di spazio per lunghe ore di permanenza all'interno della cella.

Le reazioni. «Sono profondamente avvilita ma purtroppo la condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo non mi stupisce», commenta il ministro della giustizia, Paola Severino, secondo cui il decreto salva carceri di un anno fa sta cominciando a produrre i propri effetti. «I detenuti», ricorda, «che nel novembre del 2011 erano 68.047 sono oggi scesi a 65.725 in quanto il provvedimento ha inciso sul fenomeno delle cosiddette porte girevoli, vale a dire gli ingressi in carcere per soli due-tre giorni, e sulla durata della detenzione domiciliare allungata da 12 a 18 mesi. Tuttavia questa misura da sola non è sufficiente. Mentre continuiamo a lavorare sul piano edilizia carceraria, servono altre misure strutturali, come ci suggerisce la stessa Corte europea di Strasburgo. Purtroppo sul ddl del governo sulle misure alternative alla detenzione il Senato ha ritenuto che non ci fossero le condizioni per approvare in via definitiva il provvedimento, seppure su di esso la Camera si fosse espressa ad amplissima maggioranza». Di «una sentenza storica che condanna la disumanità del nostro sistema, che emette un giudizio pesante su una classe politica incapace di affrontare il problema, che lo ha eluso approvando troppo spesso norme propagandistiche», parla Rossana Dettori, segretaria generale della Fp-Cgil nazionale. Davanti al dramma del sovraffollamento delle carceri, occorre «rileggere le misure alternative come un vero strumento per la sicurezza dei cittadini», fa eco il direttore della Fondazione Migrantes, promossa dalla Cei, monsignor Giancarlo Perego. Per Leo Beneduci, leader del sindacato di Polizia penitenziaria Osapp, «non ci si può aspettare nulla di positivo da un sistema in cui solo 25 infrastrutture penitenziarie su 207 risultano in regola nel rapporto tra i posti disponibili e presenze detentive, mentre 80 carceri hanno superato di oltre il 50% qualsiasi capienza ammissibile con punte di eccellenza negative in realtà persino di grande rilievo» quali Milano-S. Vittore (+138%), Ancona (+119%), Firenze-Sollicciano (+95%), Lecce (+87%), Napoli-Poggioreale (+64%)».

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