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Redditometro: inutile rito figlio di una follia collettiva

del 08/01/2013
di: Raffaello Lupi Professore ordinario di diritto tributario dell'Università Tor Vergata di Roma
Redditometro: inutile rito figlio di una follia collettiva
L'insistenza politico-istituzionale sull'accertamento in base alla spesa (redditometro) è uno dei tanti palliativi comunicazionali per reagire a un malessere di cui sfuggono le cause. Queste ultime risiedono nello squilibrio tra ricchezza ragionieristicamente tassata attraverso le rigidità aziendali e ricchezza che gli uffici tributari dovrebbero tassare nel tradizionale modo valutativo. La mancata consapevolezza della «tassazione attraverso le aziende» su consumatori, lavoratori, risparmiatori ecc., crea tensioni sociali scaricate sull'imprecisata figura degli «evasori», come capro espiatorio. Ne derivano lacerazioni e recriminazioni reciproche che il redditometro serve appunto a lenire. Grazie a lui è infatti possibile non parlare più di dipendenti, professionisti, artigiani, piccoli commercianti o industriali, ma solo di «consumatori» e «investitori».

Tutti soli davanti a Serpico, e alle altre decine di banche dati per l'accertamento in base alla spesa, ottimo diversivo comunicazionale, efficacissimo strumento per prendere tempo, anzi un vero e proprio evergreen se si pensa all'utilizzazione che ne faceva il ministro Goria, come leggevo nel 1993 (venti anni fa) proprio sulle colonne di ItaliaOggi.

Peccato che questo strumento di pacificazione sociale assolutamente non funzioni sul piano della determinazione tributaristica della ricchezza, e sia anzi controproducente. I funzionari dell'Agenzia delle entrate preposti all'accertamento sanno bene le dispersioni di tempo e di risorse connesse alla gestione dei procedimenti definitori e contenziosi innescati dall'accertamento in base alla spesa. Quest'ultimo, come tutti gli interventi degli uffici tributari sulla ricchezza non qualificata dalle aziende, deve essere sufficientemente sistematico, nella realtà, oltre che nella rappresentazione mediatica, già sfruttata al massimo; la «lotta all'evasione in televisione» deve essere affiancata dalla percezione ambientale, diffusa, della presenza reale dei funzionari del fisco. Che semplicemente disperde le proprie energie cercando di ricostruire in base ai consumi quello che potrebbe essere stimato in base alle caratteristiche delle attività economiche.

La determinazione tributaristica della ricchezza è relativamente agevole dove essa viene prodotta o scambiata, cioè nelle officine, nei laboratori, nei negozi e negli studi professionali. Se il fisco deve farsi vedere sul territorio è molto più sensato che chieda informazioni sull'andamento del ristorante o della pasticceria anziché su dove va in vacanza il titolare, che sport fanno i figli, dove si veste la moglie, quando ha ristrutturato la cucina e tanti altri estemporanei interrogativi sul tenore di vita. Che sono tutti molto più faticosi da accertare e valutare rispetto a una stima del risultato dell'attività svolta; quest'ultima è unica, mentre le tipologie di consumo sono variabili, e mutevoli da persona a persona. Proprio per questa difficoltà di accertare la maggior parte delle spese, erano previsti i moltiplicatori delle spese note, di solito l'autovettura, per quantificare il mantenimento (alimentazione, vestiario ecc.). Era un sistema fortemente penalizzante, fortunatamente abbandonato, a favore di una individuazione analitica di tutte le spese. Proprio qui appare molto faticoso per il fisco rilevare e organizzare tutte le spese che dovrebbero alimentare il redditest e il redditometro. Chiunque conosca la tassazione attraverso le aziende sa bene che il fornitore, al consumo finale, riesce facilmente a tassare il consumo del proprio cliente, ma non ha alcun motivo per identificarlo, quando sono affidabili i suoi mezzi di pagamento. Per questo appare velleitario far funzionare il redditometro attraverso uno spesometro, per spese che superano i tremila euro più Iva, che sarà sempre facilmente aggirabile, in quanto contrario alla normalità dei comportamenti aziendali.

A conferma che il redditometro è un inutile rito di una follia collettiva, tipica dell'incapacità di spiegarsi la determinazione tributaristica della ricchezza, sia attraverso le aziende sia attraverso gli uffici.

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