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Partite Iva sotto la lente, queste le indicazioni

del 04/01/2013
di: di David Trotti
Partite Iva sotto la lente, queste le indicazioni
Le partite Iva sotto la lente del ministero. Il dicastero del lavoro interviene sulla gestione delle partita Iva così come innovata dalla Legge Fornero da parte delle aziende dando delle indicazioni agli operatori. Ne affrontiamo gli aspetti principali.

La legge n. 92/2012 ha introdotto l'art. 69-bis nel dlgs n. 276/2003 con lo scopo di contrastare fenomeni distorsivi che nascondono, con la partita Iva, prestazioni inquadrabili nell'ambito della collaborazione o del lavoro subordinato. Questo inserimento ha posto parecchi problemi perché la norma usa molti termini poco chiari; iniziando dal termine partite Iva che come la stessa circolare rileva, è solo un particolare strumento fiscale riservato, oltre che alle imprese, ai lavoratori autonomi. Rispetto alle prestazioni rese dai «titolari di posizione fiscale ai fini dell'imposta sul valore aggiunto» la legge Fornero introduce una presunzione in forza della quale le stesse salvo prova contraria da parte del committente sono considerate rapporti di cococo qualora ricorrano almeno due delle seguenti condizioni:

- che la collaborazione con il medesimo committente abbia una durata complessiva superiore a otto mesi annui per due anni consecutivi;

- che il corrispettivo anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d'imputazione di interessi, costituisca più dell'80% dei corrispettivi annui complessivamente percepiti nell'arco di due anni solari consecutivi;

- che il collaboratore disponga di una postazione fissa di lavoro presso una delle sedi del committente.

Questo meccanismo crea una incertezza profonda testimoniata dalla stessa circolare quando afferma che per almeno i primi due è possibile verificarne l'esistenza solo «a posteriori».

I chiarimenti offerti partono dalla durata. La norma si limita a indicare un periodo di «otto mesi annui per due anni consecutivi», e per chiarire il ministero afferma che il periodo in questione deve individuarsi nell'ambito di ciascun anno civile (1/1-31/12). Questa interpretazione aiuta moltissimo la gestione poiché generalmente si fa riferimento all'anno civile e non all'anno solare. Poi la circolare si spinge a dire, e qui qualche problema sorge, che convenzionalmente la durata di un mese è pari a 30 giorni e che quindi: è possibile ritenere che, nell'ambito di ciascun anno, il periodo debba essere almeno pari a 241 giorni, anche non continuativi. La circolare si rivolge agli ispettori a cui vien detto che in questo campo la prova sarà principalmente documentale e potrà essere di qualunque tipo (lettere di incarico o fatture in cui è indicato l'arco temporale), si potrà ricorrere però anche a quella testimoniale.

Si passa poi ad affrontare il corrispettivo che deve costituire almeno 1'80% di quanto ricavato nell'arco di due anni «solari» consecutivi, affermando che devono essere considerati i soli corrispettivi derivanti da prestazioni autonome (nella legge si fa esplicito riferimento alla «fatturazione»), per cui non devono essere considerate le somme percepite per lavoro subordinato o per quello occasionale o per redditi di altra natura; devono però essere calcolati i corrispettivi comunque «fatturati», indipendentemente da un effettivo incasso delle somme pattuite. Qui il problema dell'anno solare esiste e così bisognerà considerare due periodi di 365 giorni che non necessariamente coincidono con l'anno civile, così il collaboratore che alla data del 31/3/2016 intenda far valere la patologia del rapporto, dovrà dimostrare che per ciascuno dei periodi 31/3/2015-30/3/2016 e 31/3/2014-30/3/2015 ha percepito 1'80% del totale dei corrispettivi percepiti in ciascun dei due archi temporali. A questo punto la circolare fa un volo pindarico poiché ritiene che il criterio dell'anno civile (di cui alla durata «superiore a otto mesi annui per due anni consecutivi) «attragga» necessariamente anche il criterio reddituale nel caso di uso di entrambe le condizioni, su questo anche se condividiamo l'impostazione semplificatoria riteniamo che sia difficilmente dimostrabile di fronte al giudice. Altro problema, che viene affrontato, relativo ai compensi è quello della riconducibilità «al medesimo centro d'imputazione di interessi», per chiarire il ministero si rivolge a titolo esemplificativo, alla Cass., sez.lav. 9/12/2009, n. 25763 secondo cui il collegamento «ricorre ogni volta che vi sia una simulazione o una preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un'unica attività fra i vari soggetti del collegamento economico-funzionale e ciò venga accertato in modo adeguato, attraverso l'esame delle attività di ciascuna delle imprese gestite formalmente da quei soggetti». E qui sarà il giudice che deciderà con gli i collegati elementi di incertezza.

Per quanto riguarda la condizione relativa alla possibilità, per il collaboratore, di usufruire di una «postazione fissa di lavoro» viene chiarito che la stessa non deve necessariamente essere di suo uso esclusivo.

Fin qui i chiarimenti sulle presunzioni, si passa poi alle deroghe che rendono inoperativa tale presunzione, i cui requisiti (come affermato dalla dottrina maggioritaria) devono entrambi realizzarsi in capo al collaboratore e che ricorrono qualora la prestazione:

* sia connotata da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell'esercizio concreto di attività. Questo secondo il ministero può essere comprovato attraverso il possesso di:

- un titolo rilasciato al termine del secondo ciclo scolastico (licei/formazione professionale);

- un titolo universitario (laurea/dottorato di ricerca/master):

- qualifiche o diplomi conseguiti al termine dell'apprendistato;

- una qualifica o specializzazione attribuita da un datore di lavoro in un rapporto subordinato e in applicazione del ccnl. Qui la circolare fornisce un numero, di cui non si capisce la ragione, affermando che solo se il titolo è posseduto da almeno dieci anni può garantire le «rilevanti esperienze»;

- un'esperienza nell'attività autonoma, in via esclusiva o prevalente sotto il profilo reddituale, di almeno dieci anni (anche questo di difficile spiegazione).

Per poter essere considerati utili ai fini della esclusione i certificati, i diplomi o i titoli devono essere pertinenti alla attività svolta dal collaboratore:

* sia svolta da titolare di un reddito annuo da lavoro autonomo non inferiore a 1,25 volte il livello minimo imponibile ai fini del versamento dei contributi previdenziali (per il 2012, 18.662,50), questo deve intendersi come «lordo», legato esclusivamente ad attività di lavoro autonomo, con esclusione di ogni altro tipo (lavoro subordinato o accessorio).

Sono anche escluse dalla presunzione le prestazioni lavorative svolte nell'esercizio di attività professionali per le quali è richiesta l'iscrizione ad un ordine professionale, ovvero ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati (che il Ministero ha indicato con il dm 20/12/2012).

La circolare però aggiunge che la deroga è esclusa in relazione alle attività per le quali non è previsto il possesso di «specifici requisiti e condizioni» come ad esempio l'iscrizione al registro delle imprese presso le camere di commercio non assistita da una procedura di verifica di «requisiti e condizioni», anche di carattere economico.

Successivamente si annota che la disposizione richiama l'articolo 69, comma 1 della Biagi e ciò consente di ritenere che, in relazione alla prestazione resa dal possessore di partita Iva e ricondotta ad una co.co.co., va ricercata l'esistenza di un progetto, pena la conversione al lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto (effetto rimbalzo).

La riconduzione della prestazione resa dalla partita Iva nell'ambito della co.co.pro. comporta, poi, anche l'applicazione di una particolare disciplina contributiva con la rivalsa da parte del collaboratore. La circolare alla fine fa due precisazioni, la prima relativamente al periodo transitorio, la presunzione «si applica ai rapporti instaurati successivamente alla data di entrata in vigore della presente disposizione» e per i rapporti in essere, dopo 12 mesi dall'entrata in vigore della riforma per «consentire gli opportuni adeguamenti».

Infine, precisa la circolare, non viene inficiata dalla legge 92/2012 in alcun modo la possibilità, da parte del lavoratore o del personale ispettivo, di far valere «direttamente» un rapporto di subordinazione ai sensi dell'art. 2094 c.c. ove sussistano gli «ordinari» criteri di qualificazione e i relativi indici.

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