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Per i fondi interprofessionali un anno di incognite

del 03/01/2013
di: La Redazione
Per i fondi interprofessionali un anno di incognite
Non è necessario interpellare gli astri per capire che il 2013 sarà un anno carico d'incertezze per i fondi interprofessionali. Sul sistema della formazione continua in Italia, infatti, pende la spada di Damocle della finanza pubblica che mira ad attingere risorse dai fondi per finanziare politiche passive e di sostegno al reddito. Nel corso del 2012 ci hanno provato il decreto Fornero prima e un emendamento al decreto sviluppo di fine anno poi a dirottare una parte del gettito dello 0,30% del monte salari dei dipendenti (che attualmente attraverso il decreto ministeriale 10 finanzia la formazione continua) ai fondi di solidarietà. Senza successo. La partita però sembra solo rimandata, perché la posta in gioco vale 1 miliardo di euro l'anno, mettendo insieme tutte le risorse rese disponibili dal Fondo sociale europeo, dalle leggi nazionali e dai fondi paritetici interprofessionali. Il dato sugli investimenti rappresenta solo una spia delle carenze strutturali del sistema della formazione continua, che in Italia deve fare i conti con un mercato del lavoro più orientato verso attività a bassa specializzazione e con una forza lavoro connotata da titoli di studi di basso profilo.

Una delle sfide più impegnative che attendono i fondi interprofessionali, secondo Massimo Magi, presidente di Fondoprofessioni, riguarda la loro capacità di «fare sistema» per aggregare le risorse e per offrire strumenti di intervento capaci di rispondere ai fabbisogni di un'economia tuttora depressa, ma anche in grado di assecondare gli stimoli di una ripresa e i mutati assetti organizzativi del mercato del lavoro, attraverso innovativi modelli formativi web-based che vanno al di là degli obsoleti corsi in aula.

Domanda. Perché in Italia la formazione continua non viene considerata come un investimento capace di aumentare la competitività di uno studio o di un'azienda?

Risposta. Essenzialmente dobbiamo fare i conti con un problema di cultura e di motivazioni. Ovvero l'incapacità di dare corpo a una visione progettuale e progressiva non solo del futuro ma degli strumenti che ci consentono di promuovere crescita e innovazione. Ho l'impressione che nonostante le dichiarazioni, la formazione sia ancora considerata una leva strategica eventuale, da usare solo in condizioni di «ricchezza» e non uno degli strumenti per l'ammodernamento e lo sviluppo mercato del lavoro.

D. Governo e parlamento, infatti, non sembrano credere alle potenzialità di sviluppo legate alla formazione continua. È solo una questione di finanza pubblica?

R. Evidentemente no. La madre di tutte le riforme, ovvero la riforma del mercato del lavoro voluta dal ministro del lavoro Elsa Fornero ha relegato la formazione al ruolo subalterno di strumento per il finanziamento degli ammortizzatori sociali ponendo le basi per la realizzazione di dinamiche regressive piuttosto che progressive. Questa visione ha determinato un rallentamento dello sviluppo dei Fondi interprofessionali per la Formazione continua quasi estromettendoli del sistema d'istruzione/formazione nazionale riducendo quindi la loro capacità di attivare dinamiche propulsive per il mercato del lavoro.

D. Una recente sentenza del Consiglio di stato ha ribadito la natura privatistica dei fondi. Tuttavia, il contesto economico impone una maggior attenzione verso i soggetti coinvolti in procedure di cassa integrazione e mobilità. È possibile trasformare i fondi interprofessionali nei nuovi ammortizzatori sociali?

R. Se noi diamo al concetto di ammortizzatore sociale un valore attivo ne possiamo discutere. Fondoprofessioni ha elaborato una specifica visione della formazione continua in un contesto di crisi. È così nato l'avviso sociale ovvero il finanziamento di percorsi formativi per lo sviluppo di nuove competenze professionali in situazione di svantaggio come ad esempio la collocazione geografica, o per motivi generazionali o per condizioni di genere, come attenzione al fatto che nel settore degli studi professionali circa l'80% dei dipendenti sono donne. Sone le «tre G» del Convegno di Ancona nel 2011, che ha individuato le criticità, nel mondo del professionalismo italiano, definendole appunto in geografiche, generazionali e di genere. Questo rappresenta un tentativo parziale e che dovrà essere ulteriormente perfezionato ma va nel senso di perseguire una maggiore attenzione ad adattabilità ed occupabilità dei dipendenti degli studi professionali e delle aziende ad essi collegati, attraverso dinamiche attive di riqualificazione non tanto attraverso un sostegno passivo .

D. C'è però un altro problema di non poco conto. Oggi i fondi interprofessionali hanno pressoché solo una funzione rendicontativa dell'attività formativa svolta. Hanno perso la loro missione originaria di promuovere lo sviluppo della formazione professionale?

R. Non sono così sicuro che in passato i Fondi fossero più orientati a promuovere sviluppo e competitività, anche in relazione alla relativa giovinezza di questo particolare settore. Il modello rendicontativo in realtà è stato il modello di funzionamento ereditato dal Fondo Sociale Europeo ed applicato, almeno in una prima fase alle attività dei nascenti Fondi interprofessionali per la Formazione continua (F.C.) nei confronti dei quale oggi si tenta una operazione di deciso distacco. Oggi tutti i Fondi si pongono l'obiettivo di promuovere sviluppo e competitività delle strutture aderenti a supporto di una riqualificazione dei lavoratori. Soprattutto quei fondi collegati a un Ccnl e che fanno riferimento ad una definita area del mercato del lavoro. Piuttosto bisogna analizzare politiche e strumenti per lo sviluppo della F.C. in Italia e la possibilità che queste rappresentino strategie concrete di welfare a tutela dei lavoratori soprattutto in un momento in cui è necessario creare un'integrazione e concentrazione delle risorse piuttosto che un dispersivo modello «a pioggia».

D. Secondo recenti dati Isfol, la formazione continua in Italia vale circa 1 miliardo di euro l'anno. Sono tanti o sono pochi?

R. Ribadisco non si tratta di un problema quantitativo. Si tratta di capire come vogliamo applicare le opportunità di sviluppo che la formazione continua consente di cogliere e conseguentemente applicarle alle dinamiche del mercato del lavoro quasi come uno stimolo alla ripresa della crescita.

D. Quali sono allora le leve per aumentare gli investimenti in formazione continua?

R. In questo momento è più importante definire un contesto di politica per il sistema della formazione continua che ne definisca, ruolo, funzioni, obiettivi da raggiungere in relazione alla crescita e allo sviluppo. Se poi dovessimo pensare proprio alla necessità di un aumento dei finanziamenti per la formazione continua il meccanismo dello «0,30» ancora è in grado di produrre risorse e quindi non ha esaurito completamente la sua funzione di avvio del sistema, atteso il fatto che circa il 40% dei lavoratori dipendenti in Italia risultano ancora non iscritti a Fondi Interprofessionali per formazione continua costituendo una sorta di «Fondo inoptati» ovvero giacenti presso l'Inps che potrebbero contribuire a rafforzare il Sistema della Formazione continua. Da ultimo poi c'è da valutare tutte le opportunità di soggetti nuovi come ad esempio i praticanti, atipici, non regolamentati ecc.

D. Uno dei temi centrali nel dibattito sulla formazione continua riguarda la necessità di «fare sistema». Senza entrare nella frammentazione del sistema, ritiene che i tempi siano maturi per mettere insieme regioni e imprese e, quindi, promuovere e sviluppare la formazione continua?

R. Assolutamente si. Anzi credo che questo rappresenti la base per uno sviluppo virtuoso di un rinnovato ruolo dei Fondi nel mercato del lavoro. Fondoprofessioni sta già lavorando in questo senso con gli Accordi siglati nella regione Emilia-Romagna e Marche. Aggiungerei inoltre la necessità di creare un sistema tra gli stessi Fondi per la formazione continua così da realizzare una comune sinergia e su specifiche tematiche anche una integrazione di risorse.

D. Un altro elemento di debolezza riguarda il basso livello qualitativo dell'offerta formativa. Come si risolve il problema a livello di sistema?

R. Conferendo ai Fondi un ruolo più progettuale nell'introdurre dinamiche progressive nel mercato del lavoro. La qualità in ambito di F.C. è un problema molto complesso e riguarda sia le metodologie che vanno rese coerenti con i nuovi bisogni formativi e i contenuti didattici dei percorsi formativi. Altro elemento poi riguarda la possibilità di «misurare» l'impatto che un intervento formativo realizza in termini di maggiore occupabilità e adattabilità, attraverso lo sviluppo di nuove competenze professionali.

D. E che cosa sta facendo Fondoprofessioni per aumentare il livello qualitativo della sua offerta formativa?

R. L'Avviso sperimentale che si è chiuso ha recentemente, rappresenta una sfida che abbiamo voluto lanciare agli Enti attuatori accreditati al Fondo per valutare la possibilità di individuare metodologie e modelli formativi più aderenti ai bisogni dei lavoratori, ma soprattutto in grado sviluppare più efficacemente competenze innovative da applicare a figure professionali anche tradizionali ma che tendono a perdere competitività nel mercato del lavoro degli studi professionali, proprio nell'ottica di quel passaggio da una F.C. di tipo scolastico-rendicontativa ad una più centrata sulla formazione di competenze professionale.

D. Quali riscontri?

R. Abbiamo ricevuto delle risposte molto interessanti e la loro realizzazione ci vedrà impegnati per tutto il 2013, proprio per monitorare queste sperimentazioni in una sorta di «laboratorio della formazione» che ci consentirà di capire se si può produrre innovazione anche in ambito formativo. Interessante notare che proprio in questo ambito si sono realizzate importanti partnership alcune università e istituti di ricerca che ci fa capire come aprire una sperimentazione sulle metodologia ed investire risorse su tale sfida sia un bisogno ampiamente condiviso.

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