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Negozi sempre apribili come prerogativa di stato

del 27/12/2012
di: di Cinzia De Stefanis
Negozi sempre apribili come prerogativa di stato
Consentire ai titolari degli esercizi di vendita la libertà di apertura dei negozi, anche 365 giorni all'anno e 24 ore su 24, compresi Pasqua e Natale, rientra nelle prerogative dello Stato. Ciò in quanto la disciplina di liberalizzazione e di eliminazione di vincoli al libero esplicarsi dell'attività imprenditoriale nel settore commerciale rientra nella materia della tutela della concorrenza e non in quella del commercio, la cui potestà normativa è affidata alle regioni. La Corte costituzionale, con la sentenza numero 299, depositata il 19 dicembre scorso ha fatto naufragare le speranze delle regioni che avevano impugnato la norma introdotta nell'ordinamento dal governo Monti, proprio un anno fa, con il dl decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 e rimasta immutata anche dopo la relativa legge di conversione. Obiettivo che, invece, il governo Berlusconi non era riuscito a raggiungere perché, di volta in volta, la norma liberalizzatrice veniva snaturata in sede di conversione del decreto legge, dal parlamento. Nessuna speranza, quindi, di recuperare le tradizioni per Piemonte, Veneto, Sicilia, Lazio, Lombardia, Sardegna, Toscana e Friuli-Venezia Giulia che, con distinti ricorsi, avevano promosso davanti al Giudice delle leggi, varie questioni di legittimità costituzionale, con riferimento all'articolo 31, comma 1, del dl 201/2011, per contrasto con l'articolo 117 della Costituzione. Delusa soprattutto la Regione Veneto che l'indomani dell'entrata in vigore della libertà d'orario stabilita dallo Stato aveva prontamente, il successivo 27 dicembre, emanato la legge regionale n. 30 che ripristinava lo status quo antecedente all'intervento statale. E su tale legge pende il giudizio di costituzionalità richiesto dal Tar Veneto, dopo che diverse imprese avevano impugnato le ordinanze sindacali emanate dai comuni in attuazione della legge regionale. In particolare, nella citata sentenza, la Corte costituzionale ha affermato che «la nozione di concorrenza, di cui al secondo comma, lett. e), dell'art. 117 Cost., riflette quella operante in ambito comunitario e comprende sia gli interventi regolatori che a titolo principale incidono sulla concorrenza, quali le misure legislative di tutela in senso proprio, che contrastano gli atti ed i comportamenti delle imprese che incidono negativamente sull'assetto concorrenziale dei mercati e che ne disciplinano le modalità di controllo, eventualmente anche di sanzione». Ma anche le misure legislative di promozione, che mirano ad aprire un mercato o a consolidarne l'apertura, eliminando barriere all'entrata, riducendo o eliminando vincoli al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e della competizione tra imprese, rimuovendo, cioè, in generale, i vincoli alle modalità di esercizio delle attività economiche. In sostanza, la «tutela della concorrenza», persegue finalità di ampliamento dell'area di libera scelta dei cittadini e delle imprese, queste ultime anche quali fruitrici, a loro volta, di beni e di servizi.

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