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Conferimenti, passa il test la normativa italiana

del 20/12/2012
di: Valerio Stroppa
Conferimenti, passa il test la normativa italiana
Salva la norma italiana sui conferimenti di rami d'azienda. Prevedere l'iscrizione in bilancio di un'apposita riserva in sospensione d'imposta corrispondente al plusvalore emerso dall'operazione rientra nelle facoltà degli stati membri. L'articolo 2 del dlgs n. 544/1992 è quindi legittimo e compatibile con la direttiva 90/434/Cee. La neutralità fiscale di un'operazione straordinaria, infatti, non può diventare un'esenzione definitiva. Ad affermarlo è stata ieri la Corte di giustizia Ue con la sentenza C-207/11, dopo che la vicenda era finita davanti ai giudici del Lussemburgo a seguito del rinvio della Ctr Lombardia. Il caso vedeva una società cremonese contrapposta all'ufficio dell'Agenzia delle entrate. Nel 2000 la ricorrente aveva conferito un ramo d'azienda italiano a una società lussemburghese. A seguito dell'operazione, l'attività conferita era diventata una stabile organizzazione (in Italia) della società Lux. In cambio la conferente aveva ricevuto azioni della società estera, che aveva iscritto in bilancio per un importo superiore al valore fiscale del ramo conferito. Sfruttando la facoltà offerta dal dlgs n. 358/1997, nel 2001 la società italiana aveva pagato l'imposta sostitutiva del 19%, per circa 3 milioni di euro, rinunciando in questo modo al regime di neutralità fiscale previsto dal dlgs n. 544/1992. Così facendo, le plusvalenze contabili a seguito del conferimento sono state liberate ed è stata riconosciuta ai fini fiscali la differenza tra valore fiscale del ramo conferito e valore delle partecipazioni ricevute in cambio (c.d. “riallineamento”). Alla luce della sentenza C-436/00, tuttavia, la società ha chiesto al fisco il rimborso della sostitutiva versata, ritenendo che la disciplina italiana era incompatibile con la direttiva 90/434/Cee, in quanto subordinava la neutralità fiscale a condizioni non previste dalla normativa comunitaria: in particolare, la disposizione secondo cui la differenza di valore doveva essere immobilizzata in una riserva non distribuibile avrebbe portato in pratica le imprese interessate ad optare per l'imposta sostitutiva (l'ulteriore alternativa, cioè l'imposta ordinaria del 33%, era ancora meno conveniente). Tesi però non condivisa dai giudici comunitari.

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