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Nessun pegno sui crediti (se sono titoli non emessi)

del 08/12/2012
di: Dario Ferrara
Nessun pegno sui crediti (se sono titoli non emessi)
Nessun pegno sui crediti «futuri», almeno quando si tratta di titoli di Stato non emessi. Ne consegue che se poi l'azienda mandante fallisce l'istituto di credito mandatario non può essere ammesso con diritto di prelazione allo stato passivo dell'insolvente. Lo stabiliscono le s.u. civili della Cassazione con sentenza 16725/12, pubblicata il 2 ottobre, che risolve il contrasto giurisdizionale in materia. La convenzione di pegno, nel caso specifico, non ha per oggetto titoli di stato «in carne e ossa» ma il credito che il cliente-mandante vanta nei confronti della banca-mandataria per l'acquisto e la consegna di una determinata quantità di titoli per un controvalore altrettanto preciso, senza che tuttavia essi risultino formati al momento del contratto né in seguito. È senz'altro vero che anche crediti e diritti hanno valore si scambio e possono diventare oggetto di pegno, che costituisce per il creditore una garanzia reale, opponibile a tutti. Ma non tutti i diritti, osservano gli «ermellini», possono acquistare questa qualità: sicuramente non fanno parte della categoria quelli che non risultano in grado di subire un'oggettivazione e dunque assumere natura di «res». Ed è esattamente ciò che accade al credito relativo all'acquisizione e alla consegna di titoli di Stato non emessi: in tal caso il vero valore di scambio resta nel titolo e non nelle prestazioni preliminari all'effettivo acquisto e alla relativa consegna. Una via d'uscita sembrerebbe l'ipotesi di trasformazione del pegno di credito in pegno di cosa al momento dell'adempimento. Ma la soluzione proposta incontra due limiti: la cosa risulta indicata in modo insufficiente nella convenzione di pegno di credito; il cliente diventa proprietario dei titoli già al momento dell'individuazione e quindi non può operare la trasformazione del diritto perché l'acquisto della proprietà precede e non segue la consegna. Vale invece il principio fondamentale secondo cui il bene che forma oggetto del diritto reale di garanzia deve poter essere considerato come «riserva di valore». Va confermato, dunque, il rigetto dell'opposizione allo stato passivo della società mandante poi fallita: la banca deve accontentarsi del chirografo.

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