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Separazione addebitata per il rifiuto di fare sesso

del 07/11/2012
di: Debora Alberici
Separazione addebitata per il rifiuto di fare sesso
Rischia di vedersi addebitare la separazione il coniuge che rifiuta a lungo ogni forma di intimità. È infatti un comportamento incompatibile con una normale relazione matrimoniale. È quanto affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza 19112 del 6 novembre 2012. In particolare, la prima sezione civile ha osservato che la mancanza di rapporti sessuali tra la coppia, fermamente rifiutati dalla moglie per ben sette anni, hanno configurato il nesso di casualità tra il rifiuto della donna e l'intollerabilità della convivenza. Tanto è vero, hanno ricostruito i giudici in sentenza, che l'uomo l'ultimo anno si era «dovuto rassegnare» e dormire in una stanza diversa da quella matrimoniale. Ma non solo. La donna aveva iniziato a trascurare la conduzione e la pulizia della casa riducendola in condizioni invivibili. Insomma, per Piazza Cavour che ha confermato la doppia conforme di merito, l'intimità sessuale costituisce uno dei fini essenziali del matrimonio e il rifiuto del coniuge, basato sulla repulsione personale, deve ritenersi gravemente oltraggioso nei confronti dell'altro. Soprattutto nel caso in cui questo porta a un'intollerabilità della convivenza basata sul perdurante e irremovibile atteggiamento della moglie, incompatibile con una normale relazione matrimoniale. Al riguardo, la Suprema corte ha ribadito che «il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge - poiché, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell'equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner - configura e integra violazione dell'inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall'art.143 del codice civile, che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale». Questo volontario comportamento sfugge, pertanto, a ogni giudizio di comparazione, non potendo in alcun modo essere giustificato come reazione o ritorsione nei confronti del partner e «legittima pienamente l'addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l'esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato».

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