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Londra: guerra del fisco contro i titani di internet

del 06/11/2012
di: di Tancredi Cerne
Londra: guerra del fisco contro i titani di internet
È scattata la guerra del Fisco ai colossi di internet. Il comitato bilancio del Parlamento di Londra ha convocato a Westminster i rappresentanti di Google e Amazon per rendere conto del perché abbiano versato alle casse dello stato soltanto briciole di imposte a fronte di profitti miliardari. I numeri parlano chiaro: appena 238 mila sterline di tasse nel 2010 per il colosso di Mountain View a fronte di un giro d'affari di 175 milioni di pound. Mentre Amazon ha girato alla Corona un assegno da 517 mila sterline su 147 milioni di profitti. Niente di illegale, secondo gli esperti, che hanno messo sotto osservazione l'inefficacia del regime tributario britannico e del Vecchio continente. A tal punto che anche Facebook ed Apple hanno deciso di seguire l'esempio degli altri mettendo a punto un'architettura fiscale capace di garantire al social network di pagare al Fisco britannico appena 396 mila sterline su 15,2 milioni di fatturato nel Regno Unito mentre Apple, nello stesso esercizio, ha fatturato poco meno di 69 milioni di pound all'ombra del Big Ben, versandone all'Hrmc (l'Agenzia delle entrate di Londra) appena 6 milioni. Stesso discorso per eBay che ha staccato al Fisco un assegno di 1,2 milioni di sterline su un giro d'affari di 800 milioni. «Sono davvero preoccupato per la situazione attuale», ha ammesso il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, che ogni anno vede sfumare milioni e milioni di potenziali entrate fiscali a causa di strumenti di pianificazione tributaria nemmeno tanto complicati messi in atto, nel pieno rispetto delle leggi, dalle multinazionali operanti nel Regno Unito.

Google

Dopo aver ricevuto l'autorizzazione da parte dell'Internal Revenue Service americana, Google ha concesso in licenza il proprio software e la propria tecnologia a una controllata irlandese, Google Ireland Holdings, con base fiscale alle Bermuda. A sua volta la filiale di Dublino ha concesso la licenza sulla medesima tecnologia a una società olandese che la rigira a Google Ireland Ltd, dove finiscono tutti i profitti generati dal gruppo fuori dagli Stati Uniti. Denaro che ritorna alla controllata olandese sotto forma di royalties, che li trasferisce - di nuovo tramite Google Ireland Holdings - nelle Bermuda, una giurisdizione che non prevede imposte sul reddito d'impresa. Alla fine di questo complicato giro, su 12,5 miliardi di euro di profitti, il gigante di Mountain View ha denunciato utili pre-tasse per appena 24 milioni, finendo con il pagare alle autorità irlandesi soltanto 8 milioni di euro, cui si vanno a sommare i 16 milioni di tasse sul reddito e contributi previdenziali per i suoi 2.000 mila dipendenti di Dublino. Una forza lavoro che sembra essere, alla fine, il vero elemento di scambio fra la multinazionale e il governo di Dublino.

Amazon

Strategia differente, quella seguita dal colosso delle vendite online di libri, Amazon, che grazie alla forza propria contrattuale ha imposto agli editori interessati a vendere i propri libri sul suo portale di sostenere uno «sconto» sul valore di carico dei libri pari al 17% del prezzo di vendita. E questo, come conseguenza del fatto che, nonostante il portale Amazon Uk abbia sede legale nel Lussemburgo e come tale sia tenuto al versamento di un'imposta sul valore aggiunto pari al 3%, la società richieda agli editori di negoziare il valore dei titoli al netto di un'Iva con aliquota al 20%. Ipotizzando un prezzo di partenza dell'ebook di 10 sterline, la forza contrattuale di Amazon si traduce in una richiesta all'editore di stabilire un prezzo base di contrattazione pari a 8,33 pound e non di 9,71 come sarebbe al netto di un'Iva al 3%. Con un guadagno teorico per la società di 1,38 sterline per ogni pezzo venduto.

Apple

C'è anche Apple nel novero delle società più prospere al mondo e meno inclini, allo stesso tempo, al versamento delle imposte. Tanto che la montagna di liquidità, circa 100 miliardi di dollari, su cui siede il colosso di Cupertino è forse merito anche del regime fiscale che consente - legalmente - alla società di pagare meno del 2% sui profitti generati all'estero (fuori dagli Stati Uniti). La società fondata da Steave Jobs ha infatti pagato 713 milioni di dollari al 29 settembre scorso (chiusura dell'anno fiscale in America) su profitti extra-Usa pari a 36,8 miliardi di dollari, pari a un'aliquota dell'1,9%. Secondo la Bbc, che ha analizzato i dati forniti da Apple alla Sec (la Commissione che controlla la borsa negli Usa), i profitti nel mercato europeo verrebbero convogliati su una società basata in Irlanda e lì tassati con un'aliquota del 12,5%, regime estremamente più favorevole rispetto a quello applicato nel resto d'Europa e degli stessi Usa.

Francia a caccia

di imposte

La crociata del governo britannico contro le politiche fiscali dei colossi di internet nei giorni scorsi ha attraversato la Manica approdando a Parigi dove il governo avrebbe richiesto un miliardo di euro ai vertici di Google. La direzione generale delle finanze francese ha inviato al colosso di Mountain View una raccomandata nella quale chiede circa un miliardo di euro per quattro esercizi contabili. In Francia, secondo le stime, il colosso di Mountain View - che opera grazie alla sua holding irlandese - avrebbe realizzato nel 2011 un giro d'affari compreso tra 1,25 e 1,4 miliardi di euro, derivanti soprattutto dall'attività pubblicitaria su internet. Alle casse dello stato francese, avrebbe invece versato poco più di 5 milioni di euro, nel quadro dell'imposta sulla società. «Google non ha mai ricevuto una notifica di regolarizzazione fiscale da parte dell'amministrazione fiscale francese», ha precisato un portavoce del colosso di Mountain View. «Continueremo a cooperare con le autorità francesi, come abbiamo fatto sino a oggi. Google si conforma alle legislazioni fiscali di tutti i paesi nei quali l'azienda opera e con le regole europee», hanno risposto i legali della società.

Ryanair

Ma non sono soltanto i colossi di internet a studiare architetture fiscali per ridurre al minimo il valore dei propri tributi. Nei giorni scorsi, la procura di Bergamo ha iscritto nel registro degli indagati Michael O'Leary, amministratore delegato della compagnia aerea irlandese low cost Ryanair, e il suo braccio destro Juliusz Komorek: secondo i pm, i due avrebbero assunto a Dublino 220 dipendenti della compagnia, in realtà di stanza all'aeroporto bergamasco di Orio al Serio, assoggettandoli così alla tassazione irlandese, molto più bassa di quella italiana. Questo stratagemma avrebbe comportato un danno all'Erario italiano di quasi 12 milioni di euro, stando ai calcoli di Inps e direzione provinciale del lavoro che, a fine 2011, aveva segnalato presunte irregolarità nell'assunzione dei dipendenti della compagnia. Dal canto suo Ryanair ha sempre sostenuto di non dover pagare i contributi in Italia perché i dipendenti operano a bordo degli aerei irlandesi e non svolgono dunque alcuna attività lavorativa nella Penisola. Per questo, la compagnia ha disatteso la possibilità di regolarizzare la sua posizione nei 90 giorni a disposizione per pagare i contributi arretrati, estinguendo così il reato. Secondo la procura di Bergamo, Ryanair avrebbe fatto firmare i contratti di lavoro a Dublino, dove la tassazione degli stipendi si aggira attorno al 12% a fronte del 37% dell'Italia. E questo, anche se i lavoratori operano a tutti gli effetti nello Stivale, dove vivono: il domicilio entro un'ora dall'aeroporto è infatti uno dei requisiti per l'assunzione.

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