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L'esposto con rischio condanna per diffamazione

del 26/10/2012
di: di Debora Alberici
L'esposto con rischio condanna per diffamazione
Rischia una condanna per diffamazione il cliente del professionista che presenta un esposto all'ordine denunciando parcelle gonfiate e un tentativo di estorsione. Questo perché, la verità dei fatti è il presupposto «indefettibile» per poter invocare il diritto di critica, esimente del reato. Lo ha sancito la sentenza n. 41661, depositata il 25 ottobre 2012 dalla quinta Sezione penale della Cassazione. Dunque gli Ermellini hanno accolto il ricorso della Procura di Milano presentata contro l'assoluzione pronunciata dal Tribunale che aveva deciso di archiviare la posizione della cliente per esercizio del diritto di critica.

Di diverso avviso i giudici del Palazzaccio secondo cui non basta valutare «la convinzione dell'esponente circa la fondatezza delle accuse mosse». Tale valutazione subentra in un secondo momento, qualora la verità dei fatti risultasse esclusa.

Nella fattispecie, la cliente di un commercialista aveva presentato un esposto presso l'Ordine dei commercialisti di Milano, accusando il professionista e un collega avvocato di aver gonfiato le parcelle e aver tentato un'estorsione ai suoi danni. Sulla base di tali accuse, i due professionisti citavano in giudizio la cliente per diffamazione. Il ricorso, accolto in primo grado, veniva ribaltato in secondo grado. Il Tribunale di Milano, infatti, stabiliva che «occorreva distinguere tra affermazioni ed espressioni, dovendosi intendere col primo termine le circostanze di fatto annunciate nell'esposto, e con il secondo, le modalità espressive di tali circostanze». Secondo i giudici di secondo grado, le affermazioni della cliente dovevano considerarsi «in parte vere, in parte valutative e in altra parte controverse». La pronuncia di secondo grado, impugnata sia dai due professionisti che dal pubblico ministero, viene smentita dagli Ermellini.

«La verità dei fatti segnalati», spiega la Corte, «è condizione indefettibile perché su di essi possa appuntarsi la critica, ma nell'accertamento della verità non è lecito arrestarsi alla constatazione secondo cui l'affermazione è controversa. Ancor meno giustificato è limitarsi a qualificare come valutative, le affermazioni dell'esponente, dal momento che la legittimità della valutazione critica, ha il suo presupposto nella verità oggettiva del fatto criticato».

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