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La differenza esigua non blocca il ravvedimento

del 23/10/2012
di: Fabrizio G. Poggiani
La differenza esigua non blocca il ravvedimento
Ravvedimento operoso sempre valido quando l'errato calcolo evidenzia una differenza esigua rispetto all'ammontare dovuto e risulta acclarata la volontà del contribuente di avvalersi di tale istituto. I giudici aditi della Ctp Vicenza, con la sentenza 79/03/12 del 17 settembre scorso, sono intervenuti nel merito di un errato calcolo, necessario per la validità dell'istituto del «ravvedimento operoso» ex art. 13, dlgs 472/97. Il contribuente, per quanto emerge dai contenuti della sentenza, aveva ricevuto una cartella esattoriale dell'importo complessivo pari a euro 23.145,16 per sanzioni (30%) e oneri accessori per l'anno d'imposta 2008; tale cartella era stata emessa da Equitalia Nomos in seguito a un controllo automatizzato dell'Agenzia delle entrate - Dp Vicenza - di cui all'art. 36-bis, dpr 600/1973, per la dichiarazione mod. 770/2009 semplificato, periodo d'imposta 2008. Tale cartella era stata emessa per mancato riconoscimento del ravvedimento operoso eseguito dal contribuente (che aveva versato con circa tre mesi di ritardo euro 71.640, comprensivi di sanzione ridotta del 3%, ma carente di interessi), stante il fatto che il calcolo errato degli interessi (era stato applicato l'interesse del 2,5%, in luogo del 3%) aveva fatto emergere una differenza di euro 95,23, tra il dovuto (euro 578,04) e il versato (euro 482,81). Dopo il diniego dello sgravio (quantomeno in proporzione al tributo coperto dagli interessi versati) in autotutela, l'azienda ha presentato ricorso. I giudici di merito ricordano che nei rapporti tra l'Amministrazione finanziaria e i contribuenti si deve sempre tenere conto del principio di collaborazione e di buona fede, in ossequio ai principi dettati, in particolare, dall'articolo 10, della legge 27/07/2000 n. 212 («Statuto dei diritti dei contribuenti»), concernente appunto la tutela dell'affidamento e della buona fede. In secondo luogo, nel dispositivo emerge che la riscossione della sanzione di natura pecuniaria deve improntarsi su criteri di ragionevolezza ed equità, anche in considerazione dell'esigua differenza degli interessi erroneamente calcolati e effettivamente dovuti. Inoltre, per i giudici aditi, l'Agenzia delle entrate non ha poteri discrezionali in merito alla quantificazione delle imposte (Cassazione, sent. 23031/2007) e ciò conferma, oltre a rendere inefficaci i documenti di prassi per i contribuenti e per i giudici, che la propria interpretazione, non essendo i documenti di prassi ministeriale atti di esercizio di potestà impositiva e, di conseguenza, inidonei a rappresentare fonti del diritto, «non può ritenersi cogente» (Cassazione, ord. n. 35/2010). Nella sostanza, la sentenza risulta in linea con gli esiti di altre commissioni (Ctr Lombardia, sez. I - sent. n. 8/2012) dove è stata sancita la validità del ravvedimento operoso, nonostante il carente versamento, stante il fatto che l'amministrazione finanziaria deve sempre tenere conto dell'entità dell'errore rispetto al dovuto e della volontà espressa dal contribuente di avvalersi della normativa sul ravvedimento, essendo le sanzioni e gli interessi, pagati unitamente al tributo, elementi sufficienti a integrare i benefici dell'istituto stesso.

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