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Non recuperare i crediti dell'azienda costa caro

del 19/10/2012
di: di Debora Alberici
Non recuperare i crediti dell'azienda costa caro
Risponde di bancarotta l'imprenditore che non si attiva tempestivamente per il recupero crediti dell'azienda che poi fallisce.

Lo ha sancito la Corte di cassazione con la sentenza n. 40901 del 18 ottobre 2012.

In particolare la quinta sezione penale ha confermato la condanna a carico di un amministratore unico che aveva contributo alla crisi economica dell'azienda, secondo la ricostruzione dei giudici, in due modi: prima di tutto aveva stipulato dei contratti poco convenienti per l'impresa e in secondo luogo non si era attivato tempestivamente per il recupero dei crediti.

Per questo il Tribunale lo aveva condannato, in primo grado, a due anni di reclusione. Verdetto confermato integralmente in secondo grado.

A questo punto il 72enne ha presentato ricorso alla Suprema corte ma senza successo. Inutile per la difesa sostenere che i contratti di locazione sconvenienti erano stati stipulati tanti anni prima e che l'attività di recupero crediti non era di stretta competenza dell'amministratore unico.

Al Palazzaccio l'impianto accusatorio ha resistito a tutti i motivi addotti dal legale.

Insomma Piazza Cavour ha confermato il verdetto di colpevolezza pronunciato dalla Corte d'appello di Salerno motivando che ugualmente, sempre mediante richiamo alla ragionata sentenza del Tribunale, la Corte territoriale ha evidenziato l'irrilevanza della stipulazione dei contratti di locazione del capannone della società in epoca molto anteriore al fallimento, la non conformità del canone ai prezzi di mercato - contestata dal ricorrente con assunto meramente assertivo - e l'incidenza negativa sull'andamento della società della non curata tempestiva riscossione degli stessi – che invano il ricorrente assume non distratti in quanto contabilizzati- in un momento di grave difficoltà economica attestato dalle iniziative giudiziarie, anche esecutive, dei creditori.

Nell'enunciare questo principio la quinta sezione penale ne ha ricordato un altro e cioè che nei giudici per bancarotta il giudice penale non può sindacare sui motivi del fallimento: Sul punto in sentenza si legge che non si può mettere in discussione la sentenza dichiarativa di fallimento quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell'impresa e ai presupposti soggettivi inerenti le condizioni previste per la fallibilità dell'imprenditore.

Anche la Procura generale del Palazzaccio ha concluso la requisitoria chiedendo la conferma della condanna.

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