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Accesso al credito, garanti fra impresa e banca

del 19/10/2012
di: La Redazione
Accesso al credito, garanti fra impresa e banca
Il ruolo del commercialista sempre più decisivo per far ottenere credito alle imprese, in particolare le pmi. Un filone di attività utile anche per sviluppare la carriera dei professionisti più giovani, alle prese con un mercato «tradizionale» dove è difficile trovare spazio. È questo il messaggio emerso dalla prima giornata del convegno nazionale dell'Ungdcec, che si è aperto ieri al teatro comunale di Vicenza. Con il tessuto produttivo schiacciato dal credit crunch e le banche restie a erogare nuovi finanziamenti, l'attestazione della reale situazione dell'azienda da parte del professionista potrebbe fornire un rating più veritiero dei bilanci civilistici e delle informazioni della centrale rischi. Anche attraverso l'adozione di strumenti di valutazione innovativi rispetto ai criteri di affidabilità adottati fino ad oggi. A testimonianza di ciò, domani mattina sarà firmata una convenzione tra l'Odcec locale, la camera di commercio e la Banca Popolare di Vicenza riguardante proprio l'istituzione di un «elenco dei professionisti attestatori del valore degli asset delle micro, piccole e medie imprese ai fini dell'accesso al credito». L'accordo dà attuazione al protocollo d'intesa sottoscritto il 22 ottobre 2010 a Napoli tra Cndcec, Abi e Unioncamere.

«In fase di valutazione del merito creditizio i bilanci tradizionali, in particolare quelli delle pmi, assumono sempre meno peso, diciamo intorno al 10%», osserva Francesco Lenoci, docente presso l'università Cattolica di Milano, «ciò che conta veramente è l'analisi andamentale. Le imprese devono cambiare il modo di proporsi alle banche, non più focalizzandosi sul passato, ma sul futuro. Attraverso business plan, piani strategici e rendiconti finanziari prospettici che poggino su basi oggettive». In tale ottica, il ruolo del professionista può essere decisivo. «Il commercialista conosce la realtà aziendale talvolta meglio degli stessi imprenditori e la sua attestazione è in grado di costituire un importante aiuto agli occhi della banca», spiega Alessandro Lini, presidente della Fondazione centro studi Ungdcec, «una tipologia di attività forse lontana dalla visione tradizionale della professione e per questo è indispensabile un adeguato percorso di formazione». Per ripristinare la normale erogazione dei finanziamenti, tuttavia, «altrettanto importante è che pure il sistema creditizio torni a svolgere il suo ruolo primario», aggiunge Francesco Zen, professore dell'università di Padova, «anche se ad oggi i margini di intermediazione sono ridotti al minimo e solo le rassicurazioni della Bce hanno consentito alle banche di riprendere fiato». Un altro elemento in grado di influire sull'affidabilità creditizia di un'impresa potrebbe essere l'adozione del modello organizzativo previsto dal dlgs n. 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti. «Il dl n. 1/2012 ha previsto un vero e proprio rating di legalità per l'accesso al credito bancario e ai finanziamenti della p.a.», chiosa Annalisa De Vivo, membro del comitato scientifico del centro studi Ungdcec, «siamo ancora in attesa della regolamentazione attuativa, ma è indubbio che ottemperare alla normativa 231 è un segnale importante. Quello del rating sarebbe un incentivo all'adozione di un modello di vigilanza che in questi 11 anni è stato visto più come un costo che come un beneficio». Ma a Vicenza il presidente dell'Ungdcec, Eleonora Di Vona, ha anche ribadito le priorità per il futuro che i giovani commercialisti si attendono tanto dai nuovi vertici della categoria (consiglio nazionale e cassa), quanto dal legislatore: per esempio la semplificazione degli adempimenti antiriciclaggio, l'eliminazione di qualsiasi riferimento all'anzianità nella norme di legge che riguardano i professionisti e la previsione di un tetto inderogabile al numero dei collegi sindacali nei quali il singolo soggetto può sedere. Claudio Siciliotti, presidente del Cndcec, ha quindi commentato il recente ddl di stabilità presentato dal governo, enfatizzando come «al di là degli interventi fiscali ipotizzati, si continua a non voler affrontare i veri nodi del paese: dimagrimento della spesa pubblica e incentivazione del lavoro produttivo».

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