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Lavoro subordinato: scoppia la questione giovanile

del 19/10/2012
di: da Vicenza pagina a cura di Valerio Stroppa
Lavoro subordinato: scoppia la questione giovanile
Giovani commercialisti sempre più impiegati e meno liberi professionisti. Per evitare il rischio che le nuove leve della categoria finiscano a fare un lavoro subordinato mascherato da fatture mensili a un solo committente già avviato serve una nuova tipologia di società professionale. Che superi i modelli delle ipotizzate società di lavoro intellettuale (Sli) e delle attuali Stp, raccogliendone il meglio. E che permetta ai commercialisti di domani di camminare con le proprie gambe. Solo così i giovani potranno essere messi nella condizione di svolgere una professione veramente libera. Ad annunciarlo è Eleonora Di Vona, presidente dell'Ungdcec, che illustra a ItaliaOggi le iniziative in cantiere del sindacato e le aspettative sull'operato del nuovo consiglio nazionale della categoria.

Domanda. Il Cndcec si appresta a un nuovo corso. Quali sono secondo lei le priorità per il quadriennio 2013-2016?

Risposta. Per il sindacato è prioritario tutto ciò che proietta nel futuro la professione consentendo ai giovani commercialisti di affrancarsi dalla condizione di parasubordinati dentro studi altrui. Se non si possono aprire nuovi studi secondo le modalità tradizionali, allora deve essere possibile fare carriera dentro gli studi o creare nuovi studi insieme ad altri giovani colleghi. Ma per far questo ci vogliono strutture societarie dinamiche, che nel difendere l'indipendenza dei professionisti non impediscano nemmeno la possibilità ai giovani di rendere il mercato contendibile. Questa è la vera priorità.

D. L'Unione giovani aveva già avanzato tempo fa l'idea di una società di lavoro intellettuale. E adesso le nuove Stp, per le quali si è in attesa del regolamento attuativo, dovrebbero spingere proprio in tale direzione…

R. Il progetto Sli da solo non è sufficiente e rischiava di nascere obsoleto, ma è anche vero che l'attuale formulazione della società mutuata semplicemente dalle società di capitali non può essere la soluzione. Il socio finanziatore non deve essere demonizzato, deve essere gestito. Devono essere fissati paletti ben precisi per far sì che in ogni caso l'autonomia e l'indipendenza di giudizio del professionista, che costituiscono i cardini essenziale della professione, non vengano meno. Per questo l'Unione lavorerà immediatamente a un progetto di società professionale nuovo, moderno, dinamico, pensato per il futuro della professione, cioè i giovani.

D. E con quali elementi fondamentali?

R. Merito e specializzazione. Finanziare l'attività di uno studio professionale non significa solo provvedere all'acquisto dei beni strumentali necessari. Occorre anche sostenere quello che nelle aziende si chiama «ricerca e sviluppo», ossia consentire al professionista di proseguire i propri studi nell'ambito della specializzazione prescelta. Per questo dico che il capitale è comunque importante: servono soci finanziatori che siano disposti a «scommettere» sulla riuscita del progetto, perché di un vero e proprio progetto si tratta.

D. Sempre in tema di futuro, negli ultimi mesi avete più volte sollevato la questione di quello previdenziale. I vertici della Cnpadc sono appena stati rinnovati. Quali gli interventi necessari per garantire una pensione adeguata a chi inizia oggi (o ha iniziato da poco) la professione del dottore commercialista?

R. Essenzialmente due, con diverse gradazioni. Il primo che rimoduli le attuali riforme in modo da concentrare l'utilizzo del contributo integrativo, direttamente o indirettamente, solo sulle generazioni che non fanno deficit a seguito dell'applicazione pro rata del vecchio e troppo generoso sistema reddituale. Il secondo che ripensi in qualche modo i contributi di solidarietà in modo da ottenere risorse per lenire ulteriormente e significativamente l'iniquità intergenerazionale. Mancano gli strumenti legislativi? Ebbene l'Unione anche su questo fronte sarà in prima linea con le sue idee.

D. La vicenda del passaggio di consegne nella gestione del Registro revisori dal Cndcec alla Consip ha fatto discutere molto negli ultimi mesi la categoria. L'Ungdcec ha preso una posizione molto dura nei confronti del ministero. Temete un rincaro della quota annuale di iscrizione dovuta alla possibile più onerosa gestione da parte di Consip?

R. Non è solo una questione di quote, ma la burocrazia ci ha stancato, dobbiamo reciderne i tentacoli. Mi pare che questo sia un caso esemplare della tentacolarità dell'apparato.

D. Parliamo del rapporto tra fisco e contribuente: l'Agenzia delle entrate è al lavoro per la semplificazione degli adempimenti fiscali (il monitoraggio ufficiale ne ha contati 108) ed è previsto anche un coinvolgimento dei professionisti. Quali sono secondo voi gli adempimenti superflui, ridondanti e quindi inutili? R. Come faccio in questa breve intervista a risponderle se il monitoraggio ufficiale ne ha contati 108? È questa una cosa da paese civile? Ci accusano di aver sostenuto l'apparato che ha reso complicate le cose, perché in questo modo i commercialisti potevano prosperare sugli adempimenti. Però, riflettendoci: chi trae beneficio oggi dagli adempimenti sono i commercialisti, che in realtà ne sono vittime, o le strutture che gravitano intorno all'apparato?

D. Sempre sul tema della semplificazione, fin dalla sua entrata in vigore (2 aprile 2012) l'Ungdcec ha criticato la mediazione tributaria. Avete definito questo istituto, nato per deflazionare il contenzioso, come un'ulteriore complicazione. A sei mesi di distanza e con un po' di esperienza operativa alle spalle, siete dello stesso avviso?

R. L'istituto è nato male, ferma restando la positività di inoculare nel paese un nuovo strumento che necessiterà di un po' di tempo per entrare in modo stabile nella nostra cultura giuridica. Che da sempre è tesa a concentrare la risoluzione dei conflitti in capo all'autorità giudiziaria, invece di canalizzarla almeno in parte nell'ambito del privato.

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