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Danno all'immagine del fisco cedere i dati dell'anagrafe

del 10/10/2012
di: Antonio G. Paladino
Danno all'immagine del fisco cedere i dati dell'anagrafe
Sconta la condanna al danno all'immagine, il dipendente dell'Agenzia delle entrate che, in forza della sua funzione, cede con profitto a terzi dati sensibili contenuti all'interno dell'anagrafe tributaria. Oltre alla violazione delle prescrizioni in materia di trattamento dati personali e di condotte sancite dai regolamenti interni all'Agenzia, è deprecabile una simile condotta perpetrata da chi, per legge e dovere etico, è tenuto al rispetto della riservatezza presso un pubblico ignaro dell'uso distorto dei propri dati personali.

È quanto mette nero su bianco la sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Campania, nel testo della sentenza n.1320/2012, con la quale ha condannato al risarcimento del danno all'immagine, un dipendente dell'Agenzia delle entrate che, dietro compenso, divulgava notizie riservate, attinte dalle dichiarazioni fiscali di persone fisiche e giuridiche, con particolare riguardo a diritti di proprietà mobiliari e immobiliari dei contribuenti. Informazioni che, successivamente, venivano utilizzate a fini investigativi e di credito. Secondo il collegio della magistratura contabile, la condotta del dipendente infedele aveva reso il dato personale, ovvero quanto contenuto nelle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, «un vero e proprio mercimonio». Un disegno che la stessa Corte non ha lesinato a chiamarlo «criminoso», che si è snodato in palese contrasto con le prescrizioni in materia di privacy e con le direttive interne dell'Agenzia. Si ricordi, infatti, che lo stesso codice deontologico dei funzionari fiscali prevede il cosiddetto dovere di segretezza, secondo cui gli stessi, devono mantenere il segreto sugli elementi conosciuti nell'ambito dell'attività svolta e, comunque, devono tenere riservati tali elementi.

Con la violazione reiterata di queste prescrizioni, la Corte ha messo in luce la particolare «odiosità» della condotta del convenuto, perpetrata da chi per legge e per dovere è tenuto al rispetto della riservatezza e raccoglie informazioni presso un pubblico ignaro dell'uso distorto dei dati personali e magari fiducioso proprio del corretto utilizzo di essi. Da ciò, il discredito dell'Agenzia delle Entrate) che ne consegue. Discredito che ha origine oltre che dalla conclusione della vicenda in sede penale, anche dalla circostanza che la vicenda ha raggiunto tutti coloro che sono stati lesi nella loro privacy e che, di conseguenza, hanno avuto una diversa immagine della correttezza istituzionale dell'amministrazione finanziaria.

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