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Evoluzione: i commercialisti guardano lontano

del 05/10/2012
di: La Redazione
Evoluzione: i commercialisti guardano lontano
L'evoluzione della figura del commercialista al centro del Congresso nazionale Unagraco che si terrà oggi a Bari. Tra i protagonisti, Claudio Siciliotti, presidente del Cndcec, e Raffaele Marcello, numero uno del sindacato. Con loro abbiamo parlato degli scenari attuali e futuri della professione.

Domanda. Quale può essere il bilancio della consiliatura uscente?

Siciliotti: Un bilancio che non può essere decontestualizzato dal frangente storico che l'Italia, ma non solo, sta attraversando dalla fine del 2008. In condizioni normali, eravamo partiti di slancio, portando subito a casa le cessioni di quote e gettando le premesse per ulteriori passi avanti. Poi è arrivata la crisi che ha fatto retrocedere l'intero Paese, e anche la nostra categoria ha dovuto cercare di minimizzare i danni. Considerata l'intensità di alcuni attacchi al sistema delle professioni ed alla nostra in particolare, credo che si sia riusciti a salvaguardare molto, seppure, inevitabilmente, non tutto.

Marcello: Molto positivo sul fronte della proposizione della categoria come parte sociale nel dibattito pubblico, meno sui risultati conseguiti in alcuni ambiti di operatività della professione. Il nostro progetto ha inteso privilegiare la lista che abbina la presenza del presidente uscente Claudio Siciliotti a un significativo rinnovamento dei componenti della squadra: per inserire nuove forze nei ruoli preposti a dare, nella quotidianità, concretezza al lavoro di accreditamento mediatico e istituzionale che deve essere imprescindibile punto di partenza, ma certamente non di arrivo.

Domanda. Qual è il miglior provvedimento portato avanti dal Cndcec in questi anni?

S.: Siamo stati in prima linea sulla riforma delle professioni. Dapprima, riportando il Cup sulle nostre posizioni e affossando quell'obbrobrio che era il cosiddetto sistema duale Ordini - associazioni. Poi, governando al meglio possibile la riforma degli ordinamenti professionali disposta dal governo Berlusconi. Alcuni ritocchi operati dall'attuale esecutivo l'hanno resa un po' più indigesta, ma siamo riusciti a essere sufficientemente artefici del nostro destino da riuscire ad evitare quello che altri avevano in serbo per noi.

M.: Sulla riforma delle professioni si è lavorato bene. Per la nostra professione il tema delle attività caratteristiche è assai più centrale che per altre. Per questo nel Cup è a lungo mancata la volontà di contrastare in modo adeguato il sistema duale degli ordini con le associazioni di diritto privato. Quando questo Consiglio si è insediato, i giochi sembravano fatti. Invece siamo ancora qui a dare battaglia.

Domanda. E che cosa, invece, è mancato?

S.: Non siamo riusciti a ripristinare integralmente la disciplina del collegio sindacale quale essa risultava prima dello scellerato intervento normativo compiuto lo scorso novembre, su mandato ben preciso, approfittando del momento di blackout politico istituzionale. Siamo però riusciti a rimettere le cose a posto per le spa. Per le srl, la battaglia continua.

M.: Una maggiore interlocuzione con l'Agenzia delle entrate sul fronte del fisco. È vero però che buona parte di queste difficoltà vanno ascritte all'interlocutore, troppo spesso poco propenso a confrontarsi sul serio. Il motto «collaborativi, ma non collaborazionisti» rappresenta sicuramente il comune sentire dei tanti colleghi che, pur rispettando le istituzioni, non posso accettarne passivamente i comportamenti improntati a un autoritarismo eccessivo.

Domanda. Come sta cambiando la professione?

S.: Sta sempre più crescendo la componente dei servizi su quella della consulenza e questo è un trend che deve essere invertito. I servizi possono essere uno strumento di copertura dei costi fissi, ma non possono diventare un punto di arrivo e la fonte principale da cui ritrarre redditi soddisfacenti. Bisogna promuovere la specializzazione e rendere possibile l'integrazione tra professionisti e la crescita dimensionale delle strutture.

M.: Il mercato è saturo, molti dei giovani sono poco più che dei parasubordinati negli studi di colleghi già affermati. È un problema comune alle professioni e deve essere considerato come una priorità da risolvere. La nostra professione è legata a doppio filo al ciclo economico del Paese: dobbiamo farci trovare pronti quando l'Italia ripartirà.

Domanda. È possibile eliminare l'eccessiva burocratizzazione?

S.: È una priorità assoluta. La più impellente campagna va fatta sull'antiriciclaggio. Lo abbiamo detto forte in occasione dell'ultima Assemblea annuale dei quadri dirigenti della categoria e lo abbiamo scritto a chiare lettere nel nostro programma.

M.: Antiriciclaggio, privacy e strabordanti adempimenti fiscali stanno ammazzando la professione. Serve risvegliare una volontà politica che sembra capace di parlare di semplificazioni solo quando si tratta di imprese e mai di liberi professionisti. In materia di antiriciclaggio, dove una normativa impossibile crea in partenza i presupposti perché il 99% dei professionisti siano fuori legge, ritengo tutt'altro che inaudite iniziative di protesta clamorose.

Domanda. Che ruolo devono avere gli Ordini nella professione del domani?

S.: Devono essere maggiormente propositivi sul fronte dell'aiuto ai colleghi nella loro quotidianità operativa, a cominciare dallo sviluppo di strumenti utili a migliorare l'organizzazione del lavoro e la qualità della prestazione professionale. Ovviamente sarà il Consiglio nazionale a dover fare per primo la propria parte.

M.: La separazione tra funzione disciplinare e funzione amministrativa impone che questa seconda venga svolta con un senso più spiccato della ricerca di una concreta utilità per i colleghi. Non solo e non tanto in termini di rappresentanza verso l'esterno, quanto in termini di concreto supporto nella quotidianità operativa dei singoli iscritti. Questo è senza dubbio uno dei punti al centro del programma condiviso dalle liste del nostro apparentamento.

Domanda. Società tra professionisti: il regolamento è in una fase di stallo.

S.: Ed è veramente sconfortante. Sembra quasi che, sgominato con il nostro decisivo intervento il tentativo di usare queste società come grimaldello per subornare i liberi professionisti al capitale, non ci sia più traccia della forsennata fretta che c'era per la loro introduzione.

M.: I nodi da sciogliere sono anzitutto quello del trattamento fiscale, che deve essere quello della determinazione del reddito per cassa, e del trattamento previdenziale, che deve equiparare queste società in tutto e per tutto a uno studio professionale. Sul fronte della presenza dei soci di capitale, riteniamo si sia pervenuti a un giusto compromesso, dopo l'inaccettabile impostazione iniziale.

Domanda. Durante i mesi di avvicinamento all'appuntamento elettorale, si è parlato spesso della necessità di ascoltare il territorio. In che modo?

S.: Nella formulazione dei programmi e nella composizione delle liste. Da questo punto di vista, credo che la lista «Vivere la professione» sia una genuina espressione di questo modus operandi, senza forzature territoriali strumentali ad alchimie elettorali e con una adeguata presenza anche della sempre più importante componente femminile della professione.

M.: Nessun modo avrebbe potuto essere più rispettoso, attento e partecipato di quello che è stato seguito dal progetto di lista unitaria cui abbiamo contribuito a dare vita. Purtroppo, quando alla fine si è giunti al momento della sintesi, alcuni, che non si sono ritenuti premiati dalle scelte, e altri, che hanno inteso far prevalere le appartenenze geografiche a quelle infra-categoriali, hanno deciso che tutto andasse azzerato e che si dovesse ricominciare da capo. Per fortuna, il percorso di democrazia partecipata sin lì seguito era talmente evidente nella sua genuinità da non determinare una vera e propria spaccatura della componente ragionieri, ma soltanto lo scorporo di una sua minoranza poco incline a rispettare le decisioni della maggioranza.

Domanda. Questione previdenza: in tempi di crisi e di calo dei fatturati è necessario muoversi per salvaguardare i futuri assegni previdenziali. Come?

S.: Usando la formazione per spingere i colleghi verso le nuove opportunità che si aprono, invece che limitarsi a un facile quanto sterile «accanimento terapeutico» su quegli ambiti professionali che risultano più che presidiati. Un ragionamento che vale doppiamente per i giovani.

M.: Creando i presupposti per una sostenibilità del sistema sul lungo periodo. La strenua difesa dei tanti orticelli in cui si divide la previdenza privata può rivelarsi un boomerang, fermo restando che qualsivoglia sinergia deve partire dal presupposto di non addossare ad alcune gestioni magari più solide le fragilità di altre. Concetti quali rapporto di cambio e separazione del rischio dovrebbero essere per noi commercialisti meno lunari di quanto potrebbero apparire ad altri. Insomma, a ognuno il suo, ma perché rinunciare in partenza a economia di scala positive?

Domanda. La categoria vede ancora al suo interno due differenti Istituti previdenziali...

S.: C'è chi la definisce una anomalia. A me sembra piuttosto una peculiarità, figlia di un Albo che è nato dall'unificazione di due che erano distinti. Le anomalie vanno eliminate; le peculiarità solo se vi sono i presupposti per fare meglio invece che peggio. Spetta alle due Casse, nella loro piena autonomia e ciascuna singolarmente, dire se questi presupposti vi sono.

M.: Nessun matrimonio in cui il consenso di uno dei due fosse meno che spontaneo potrà mai funzionare. Sarebbe un errore colossale. Il compito del Consiglio nazionale non può e non deve andare oltre un semplice ruolo di facilitatore del dialogo tra le due Casse di riferimento, ma resta il dovere del Consiglio di porre, sempre e in ogni opportuna sede, il tema del futuro previdenziale di tutti gli iscritti.

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