Consulenza o Preventivo Gratuito

Il giudice spieghi le spese giudiziali compensate

del 04/10/2012
di: di Sergio Trovato
Il giudice spieghi le spese giudiziali compensate
Commette una violazione di legge il giudice che compensa le spese giudiziali senza motivare le ragioni poste a base della decisione. Alla regione, infatti, devono essere addebitati i costi sostenuti dal contribuente se notifica in ritardo la cartella con la quale richiede il pagamento della tassa automobilistica. L'errore dell'amministrazione pubblica non può ricadere sul contribuente. Il giudice tributario, dunque, non può compensare le spese processuali ritenendo legittimo il provvedimento con un generico e insignificante riferimento a giusti motivi. È quanto affermato dalla Commissione tributaria regionale di Roma, sezione XIV, con la sentenza n. 488 dell'11 luglio 2012. Nel caso in esame, la regione Lazio aveva richiesto il pagamento della tassa auto nonostante la cartella fosse stata notificata oltre il termine di legge. Quindi, aveva preteso un credito già prescritto, imponendo al contribuente di sostenere dei costi per la difesa in giudizio. Per i giudici capitolini, però, «la decisione di compensazione delle spese del giudizio giustificata dal generico ed insignificante riferimento a «giusti motivi» o addirittura senza alcun riferimento causale come nel caso in esame, integra gli estremi della violazione di legge». Del resto, anche la Cassazione (sentenza 14563/2008) ha sostenuto che qualora l'azione giudiziaria intrapresa dal contribuente risulti totalmente fondata, la sua difesa sarebbe compromessa se fosse tenuto a pagare le spese di giustizia (legali e fiscali). In effetti, con la riforma del processo civile (legge 69/2009) è stato imposto al giudice di porre a carico della parte soccombente l'onere di pagare le spese processuali, salvo casi eccezionali che devono essere motivati. La regola è stata introdotta anche per deflazionare il contenzioso. Secondo la commissione tributaria regionale di Catanzaro (sentenza 495/2009), la condanna alle spese di giudizio costituisce l'ipotesi ordinaria, legata al fatto stesso della soccombenza, a maggior ragione dopo la modifica dell'articolo 92 del codice di procedura civile che ammette la compensazione delle spese solo per ragioni o eventi eccezionali. Ma che esigono un'adeguata motivazione. Peraltro, nonostante non via sia alcun automatismo che comporti la condanna dell'amministrazione, anche l'adozione del provvedimento di autotutela in corso di causa non è privo di conseguenze. Sempre la Ctr Roma, sezione XXIX, con la sentenza 43/2011, ha stabilito che nel processo tributario il fisco deve essere condannato a pagare le spese processuali anche nei casi in cui gli atti di accertamento vengano annullati in seguito all'attività di riesame. Tuttavia, non è così semplice per l'amministrazione finanziaria scegliere il comportamento da adottare. La giurisprudenza recente esclude che gli errori possano ricadere sui soggetti accertati. Se vengono annullati gli atti impositivi nel corso del processo, la soccombenza è virtuale e l'amministrazione va condannata a pagare le spese. Il rimedio, però, in alcuni casi si è rivelato peggiore del male, perché dopo l'adozione del provvedimento di autotutela il fisco è stato condannato anche a risarcire i danni al contribuente.

vota