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Attacco al registro dei revisori: nessuna soluzione

del 20/09/2012
di: di Eleonora Di Vona
Attacco al registro dei revisori: nessuna soluzione
La vicenda che sta caratterizzando la gestione del registro dei revisori legali è a dir poco sconfortante e nemmeno una pur auspicabile soluzione positiva e condivisa tra la nostra categoria e i competenti ministeri potrà eliminare la certezza ormai maturata, dai commercialisti italiani e in particolare dai giovani, di doversi confrontare con una burocrazia statale cui, in ogni situazione, non interessa affatto risolvere i problemi del Paese e controllare che le regole vengano rispettate, ma sempre e soltanto esplodere la propria sfera di influenza e gestire direttamente tutto quello che le è possibile arraffare. L'affidamento già da alcuni anni della gestione del fu registro dei revisori contabili, ora revisori legali, ai commercialisti italiani è figlia non del caso, ma di una serie di verità e circostanze oggettive. La prima: la funzione di revisore costituisce una delle attività tipiche, seppur non esclusive, della professione di dottore commercialista e di esperto contabile. La seconda: la parte assolutamente preponderante degli iscritti al registro è rappresentata da professionisti che risultavano iscritti prima agli Albo dei dottori commercialisti e all'Albo dei ragionieri e poi all'Albo unico dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. La terza: una delle ragioni, negoziate all'epoca con la politica e le istituzioni, per cui i due Albi dei dottori commercialisti e dei ragionieri si accorparono nell'Albo unico dei dottori commercialisti e degli esperti contabili fu proprio quello di dare vita a un'unica professione giuridico-economico-contabile che potesse trovare, compatibilmente con le direttive europee sulla materia, il riconoscimento della propria centralità rispetto alla funzione di revisione. La quarta: anche prima dell'affidamento della gestione del registro dei revisori ai commercialisti italiani, erano comunque essi a occuparsene presso il ministero competente, mettendogli a disposizione le necessarie risorse e professionalità. Ora, a distanza di pochi anni, le alte burocrazie statali, con la connivenza di una politica ormai assente (ma è vero che, con l'avvento del governo dei tecnici, gran parte dei quali di diretta emanazione di quelle stesse alte burocrazie, la politica è ormai relegata insieme ai cittadini a un ruolo di sudditanza rispetto a quelli che sempre più si rivelano essere i veri sovrani del nostro Paese), sfruttano l'occasione del recepimento della direttiva europea per mettere in discussione qualcosa che non aveva ragione di esserlo. E che non aveva ragione di esserlo lo dimostrano altre due circostanze oggettive. La prima: dal punto di vista dell'economicità, la gestione è stata talmente soddisfacente da consentire che una parte dei contributi annuali versati dagli iscritti è sistematicamente risultata eccedente rispetto alle spese e in questo modo veicolata al ministero della giustizia a copertura di altre necessità finanziarie slegate dalla gestione del registro (cosa su cui per altro ci sarebbe molto da dire, in termini di correttezza del ministero nei confronti dei revisori contribuenti). La seconda: dal punto di vista dell'efficienza, il data base informatico creato dalla gestione dei commercialisti è talmente valido e appetibile da aver letteralmente scatenato i ministeri nella volontà di vederselo trasferire tal quale, consapevoli che, diversamente, assai arduo e oneroso sarebbe per loro crearne direttamente uno loro. La verità è che le priorità che avrebbero dovuto essere regolamentate dai burocrati ministeriali avrebbero dovuto essere quelle concernenti l'equipollenza tra i percorsi formativi di accesso alla professione di commercialista e alla funzione di revisione legale. Tanto più oggi che, a seguito della riforma degli ordinamenti professionali attuata da questo governo, si è creato un disallineamento nella durata dei due tirocini. Se a tutto questo aggiungiamo che, sul fronte delle libere professioni, la principale preoccupazione di questo governo era, a parole, quello di facilitare l'accesso dei giovani ai mercati professionali, diviene difficile ragionare su questi temi con una amarezza e un disincanto minori di quelli che, consapevolmente, tracimano da queste riflessioni.

Qual è il valore aggiunto di questa scelta sul registro per lo Stato e la collettività? Per lo Stato e la collettività nessuna, ma per i burocrati ministeriali che, nel vuoto politico, l'hanno sponsorizzata e pervicacemente portata a compimento, il valore aggiunto è sin troppo evidente. Toccherà a loro gestire il relativo budget (che sicuramente esploderà, scaricando i maggiori oneri in aumenti della tassa di iscrizione), disporre assunzioni e creare poltrone dirigenziali all'interno della pubblica amministrazione. È proprio vero: allo Stato non interessa controllare che le regole vengano rispettate da chi gestisce. Allo Stato interessa solo gestire e, divenuto controllore di se stesso, farlo secondo logiche che nulla hanno a che vedere con quella efficienza ed economicità che, in questi anni, nella gestione del registro sono state assicurate. In tutto questo, comprendiamo che la diversità dei ruoli imponga al Consiglio nazionale di adottare un profilo maggiormente collaborativo nei confronti dei ministeri e condividiamo l'approccio nella misura in cui si rivelasse concretamente la contropartita per ottenere finalmente le risposte che tutti i colleghi, giovani in primis, attendono sull'equipollenza dei percorsi di accesso e sulla formazione. Questo è infatti ciò che sta a cuore alla base. Ciò non di meno, sempre in ragione di quella stessa diversità dei ruoli, anche laddove questo «scambio di prigionieri» si perfezionasse con soddisfazione reciproca, il nostro punto di vista non cambierebbe, perchè non è questo lo Stato con cui vogliamo confrontarci e una vergogna, buono o cattivo che ne sia l'esito finale, resta sempre una vergogna.

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