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Presidente falsifica-bilanci rischia i propri beni

del 20/09/2012
di: di Debora Alberici
Presidente falsifica-bilanci rischia i propri beni
Rischia il sequestro dei suoi beni il presidente del consiglio di amministrazione che falsifica il bilancio evadendo le imposte della società.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza numero 35824 del 19 settembre 2012.

Dunque la terza sezione penale ha confermato la misura sui beni di un manager di Treviso che, falsificando la contabilità, e facendo apparire in bilancio un incasso inferiore rispetto a quello reale, aveva di fatto ricevuto introiti in nero.

Nel ricorso alla Suprema corte il presidente del Consiglio di amministrazione ha denunciato, con unico motivo di doglianza, il vizio di carenza di motivazione, sul rilievo che il tribunale avrebbe ritenuto che l'Iva asseritamente non versata all'erario corrispondesse a un profitto ottenuto dall'indagato, che poteva essere oggetto di sequestro preventivo per equivalente in vista della confisca.

In sostanza ad avviso del legale, secondo tribunale, sarebbe da considerare profitto del reato assoggettabile a sequestro tutto ciò che la società ha incassato in nero nei vari anni di imposta oggetto di contestazione, senza che vi sia un vantaggio economico ricavato in via immediata e diretta del reato. In altri termini, il profitto non corrisponderebbe all'intero importo delle somme incamerate a seguito delle operazioni economiche in nero, anche perché le operazioni economiche oggetto di accertamento assumerebbe un valore neutro sotto il profilo dell'Iva, posto che quest'ultima non era stata in concreto mai incassata.

Questa linea difensiva non ha fatto breccia presso la Suprema corte che ha confermato integralmente la misura spiegando che dalla motivazione dell'ordinanza impugnata emerge che il tribunale di Treviso ha affermato che il profitto del reato consiste, nel caso di specie, nell'ammontare dell'Iva che avrebbe dovuto essere versata per le operazioni effettuate in nero. Dall'esame del fascicolo risulta, del resto, che la somma per la quale il sequestro per equivalente è stato disposto corrisponde proprio a tale ammontare e non - come prospettato dal manager - all'intero ammontare delle operazioni in nero. Risulta, dunque, sussistente il presupposto per il sequestro preordinato alla confisca per equivalente di cui all'art. 322-ter cod. pen., in corrispondenza di un profitto del reato che appare - allo stato degli atti - sufficientemente determinato nel suo ammontare. Di diverso avviso la Procura generale del Palazzaccio che aveva invece chiesto l'annullamento con rinvio del sequestro.

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