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Le presunzioni tributarie nel penale contano poco

del 19/09/2012
di: di Giuseppe Ripa e Simona Canzonetta
Le presunzioni tributarie nel penale contano poco
Il verbale di constatazione e gli accertamenti induttivi da soli servono a poco. Essi possono rappresentare legittimamente solo una mera base dalla quale il giudice penale, però, autonomamente e per proprio conto deve ricercare il superamento o meno delle soglie di punibilità e l'elemento psicologico del dolo di evasione.

È questo l'orientamento prevalente della recente giurisprudenza di legittimità.

I verificatori utilizzano le presunzioni tributarie a man bassa (non potrebbero fare altrimenti) e nei processi verbali di constatazione sono parimenti usate.

Da tali atti scaturisce o potrebbe scaturire la notizia criminis con iscrizione del contribuente supposto reo nel registro degli indagati con possibilità applicativa, dal 1° gennaio 2008, del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ovvero alle misure cautelari amministrative di cui all'art. 22 del dlgs n. 472 del 1997.

Quindi questo aspetto di travaso merita di essere esaminato. Non tanto ai fini della compiuta conoscenza bensì di quanto si potrebbe obiettare con forza in sede di difesa e di trasferimento nella sede penale delle lagnanze adottate nel ricorso introduttivo avverso l'atto di accertamento notificato.

Si pensi ad una ricostruzione del reddito e, quindi, delle imposte evase basata su un ricarico medio desunto da beni esposti in vetrina o dai prezzi mediamente praticati. Oppure si pensi a un prezzo di trasferimento ricostruito su fonti di convenienza o antieconomici. Ovvero come pure tutte quelle volte che si procede ad accertare una maggiore imposta facendo leva su sistemi ricostruttivi del genere.

Le presunzioni, come dice l'art. 2727 cc sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato. Le stesse, una volta legalmente adottate, dispensano, ricorda l'art. 2728 cc, da qualunque prova coloro a favore dei quali esse sono stabilite. Una volta accertate come tali da parte di chi le utilizza (l'Ufficio), la prova contraria viene ribaltata automaticamente sul contribuente.

Spesse volte in passato ci siamo esercitati sul noto concetto di divieto del praesunptum de praesunto. Tutto inutile: la giurisprudenza lo ha tanto mitigato che oramai non conviene più sollevarlo in sede difensiva. Basta che oggi un evento, una supposizione, addirittura un mero sospetto tarato su basi soggettive sia stato riscontrato per ricostruirci sopra il tutto ed il contrario di tutto. Non più dunque un «fatto», un accadimento reale, ma qualcosa di diverso.

La definizione di indizio di reato è essenziale in quanto la sua identificazione segnala il discrimine tra l'amministrativo e le garanzie tipiche del sistema procedimentale penale a mente dell'art. 220 delle disposizioni di attuazione del cpp Non vi è dubbio come l'indizio non rappresenti altro che un elemento certo di per sé dal quale partire per dimostrare, attraverso l'induzione logica, che sia da ritenersi o meno sussistente un fatto. Ci si trova di fronte a qualcosa di certo, effettivo, reale da quale poi ritrarre, secondo un percorso logico, la prova processuale. Da ciò ne consegue la sua pressoché scontata assimilazione alla presunzione civile.

Il sospetto invece può considerarsi alla stregua di una semplice congettura o ipotesi o sensazione o supposizione di rango percettivo e del tutto soggettivo in quanto lo stesso non si basa o non si rifà al contrario dell'indizio, a circostanze oggettive acquisite nel processo. Esso è indeterminato di per sé.

Singolare sul punto è la (nota) sentenza della Cassazione n. 7739 del 2012 sulla questione Dolce e Gabbana.

Non vi è dubbio, si ricorda, come debbano rimanere intatti «i criteri che presiedono alla indipendenza valutativa del giudice in ordine alla ricostruzione in fatto della fattispecie criminosa». La premessa, seppur ovvia, è essenziale per capire poi il prosieguo ma lì si trattava di una questione legata alla residenza delle persone fisiche o giuridiche. Al giudice penale compete valutare tale aspetto, «senza essere vincolato alle ricostruzioni compiute in sede tributaria (…) nel quadro della regola generale della non automatica trasferibilità in sede penale delle presunzioni tributarie (…)».

Nel processo penale i principi fondamentali in materia di prove sono quelli del libero convincimento del giudice (art. 192, comma 1, cpp), della libertà della prova (art. 189 cpp), della inesistenza dei limiti legali alla prova (art. 193 cpp), della valenza probatoria degli indizi soltanto se «gravi, precisi e concordanti» (art. 192 comma 2 cpp). Dacché risulta evidente che le presunzioni tributarie, ricorda la sentenza sopra citata, seppure possano dar luogo a una notizia di reato, non possono, poi, assumere, di per sé, valore di prova nel giudizio penale, nel quale vengono meno l'inversione dell'onere della prova e le limitazioni alla stessa poste dalla legge tributaria. Per inciso: come possa avere valenza penale l'elusione o l'abuso allorquando si rischia la condanna per eventi non previsti dalla legge penale come reato (principio di tassatività)?

Esse dunque possono costituire notizia di reato ma non prova nel processo penale. Ma già quella prima asserzione permette l'iscrizione nel registro degli indagati e, a tacer d'altro, l'attivazione della procedura confiscatoria. Per lo meno, per l'evasore occasionale, per i reati commessi dal 1° gennaio 2008.

La non automatica trasferibilità in sede penale delle presunzioni tributarie, non esclude però, che esse possano acquistare il valore degli indizi, come tali valutabili dal giudice penale.

Nella sentenza n. 24811 del 21 giugno 2011 della terza sezione penale, in merito alla determinazione della imposta evasa, si ribadisce come «occorra avere riguardo al dato fattuale reale rispetto ai criteri di natura meramente formale che caratterizzano l'ordinamento tributario». Spetta dunque al giudice penale il compito di «procedere all'accertamento e alla determinazione dell'imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi e anche a entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario».

Per giurisprudenza consolidata, si dice però, «in tema di reati tributari il giudice può legittimamente basarsi, per accertare la reale responsabilità dell'imputato per le omesse annotazione obbligatorie (…) sull'informativa della Guardia di finanza che abbia fatto ricorso a una verifica delle percentuali di ricarico attraverso una indagine sui dati di mercato e ricorrere anche all'accertamento induttivo dell'imponibile quando la contabilità tenuta è da ritenersi irregolare». Anche l'accertamento induttivo compiuto dagli Uffici finanziari può, invero, rappresentare un «valido elemento di indagine per stabilire, in sede penale, se vi sia stata evasione e se questa abbia raggiunto le soglie di punibilità previste dalla legge, a condizione che il giudice non si limiti a constatarne l'esistenza e non faccia apodittico richiamo agli elementi in essi evidenziati, ma proceda a specifica e autonoma valutazione degli elementi nello stesso descritti comparandoli con quelli eventualmente acquisiti aliunde».

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