La Confsal, già alla fine dell'anno scorso, aveva riconosciuto le superiori ragioni politiche della soluzione prospettata dal presidente della repubblica e di un programma di governo basato su rigore ed equità, ma aveva voluto sottolineare in tutti i suoi interventi l'irrinunciabile valore dell'equità sociale e fiscale. Certo, allora, non poteva immaginare il metodo commissariale intriso di autoritarismo del governo, il ruolo notarile assunto, con una sequenza di voti di fiducia, dal parlamento e la mortificazione delle rappresentanze sociali, unita alla grave discriminazione di alcune confederazioni sindacali rappresentative.
Oggi, il governo Monti, a distanza di circa nove mesi dall'insediamento e dopo aver agito unilateralmente con il nullaosta del parlamento e con la «scarsa» considerazione delle rappresentanze sociali, si trova a dover dar conto dei pesanti esiti della propria azione, sintetizzabili in pochi punti:
Il governo Monti ha attuato provvedimenti di legge scarsamente efficaci, come quello sulle liberalizzazioni, decisamente iniqui, come quello sul sistema previdenziale e pensionistico, e con evidenti criticità e illogicità con l'alea di aprire un contenzioso di enormi proporzioni, come quello del mercato del lavoro. Questi e altri provvedimenti hanno avuto anche effetti recessivi.
Il governo, inoltre, non ha operato a favore della crescita economica e occupazionale, limitandosi agli annunci sulla riforma del fisco e non sostenendo seriamente la formazione, la ricerca e l'innovazione tecnologica.
È di questi giorni la «trovata» dello spread della produttività del lavoro italiana rispetto a quella degli altri paesi che incide negativamente sulla competitività del sistema Italia. Il governo Monti ha perso un'altra occasione per fare una corretta analisi politica e tecnica sulla produttività del lavoro e sulla competitività d'azienda e di sistema economico. La verità è che in Italia la produttività del lavoro non viene sostenuta da un'efficace formazione in ambiente lavorativo, non viene incentivata da una concreta premialità, nonostante l'esistenza di avanzati e moderni patti sociali, e soprattutto viene spesso mortificata da una carente organizzazione aziendale, sia strutturale che funzionale, oltre che da dimensioni aziendali e configurazioni societarie da ripensare totalmente.
La produttività del lavoro può essere fattore primario di crescita a condizione che si crei un contesto aziendale adeguato e virtuoso e si affermi diffusamente la logica e la pratica della premialità. Fuori da questa prospettiva non può esserci né maggiore produttività del lavoro, né maggiore competitività di azienda e di sistema. Pertanto, non si possono scaricare tutte le responsabilità sui lavoratori.
Tutto questo dovrebbe essere patrimonio di un governo tecnico che svolge un'azione governativa e politica oltremodo impegnativa.
In sintesi, il governo Monti dovrebbe:
Ma a questo punto c'è da chiedersi se il governo Monti sia in grado di fare questo e altro ancora a favore della produttività e della competitività. A parere della Confsal, si tratta di una legittima domanda dei lavoratori italiani che non ha trovato ancora un'adeguata risposta.
Intanto i lavoratori subiscono:
Per il pubblico impiego il governo Monti è riuscito a fare anche peggio, con la conferma del blocco dei rinnovi dei contratti, fermi alla scadenza del 31 dicembre 2009, con pesanti e irrazionali tagli lineari agli organici e con altre gravi penalizzazioni.
Tutto questo è stato oggetto di una puntuale e responsabile valutazione negativa della Confsal. A parere della Confsal il governo, dopo aver eluso la questione crescita-lavoro, dovrà misurarsi sulle questioni «vere» dei lavoratori e dei disoccupati, se vorrà davvero rilanciare l'Italia, anche in Eurozona e in Unione europea. Questa scelta la impone la centralità del lavoro nell'economia e nella società in funzione dello sviluppo. Un governo tecnico e coerente che ambisca a fare mirate scelte politiche con un programma basato sul rigore e sull'equità non può non tenerne conto, come invece, e purtroppo, ha fatto finora.
Il governo Monti utilizzi il tempo di fine legislatura per affermare un minimo di equità sociale, operando sul fronte dell'occupazione e della riduzione del carico fiscale sul lavoro, al fine di recuperare il potere d'acquisto dei lavoratori. Soltanto così potrà consegnare alla storia italiana una situazione economica e finanziaria migliore di quella che ha ereditato.
