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Lavoro: la riforma non conquista ma delude e preoccupa

del 11/09/2012
di: di Manola Di Renzo
Lavoro: la riforma non conquista ma delude e preoccupa
A poco più di un mese dalla riforma del lavoro già si avvertono i primi segnali di preoccupazione su quella che è stata presentata come l'occasione per una prospettiva di crescita e naturalmente per rilanciare l'occupazione.

È ancora presto per le prime stime sugli effetti della riforma, ma nel contempo non è ancora riuscita a conquistare la fiducia delle imprese.

Perché le aziende non credono in questa riforma? Dopo tanto disquisire sulla flessibilità, la legge 92/2012 ha finito con l'ingessare i rapporti di lavori, a discapito dei lavoratori e della produttività.

Dopo aver reso quasi inapplicabili le diverse forme di assunzione e di collaborazione, l'unica via percorribile sembrerebbe il contratto a tempo indeterminato. Come giustamente è stato sottolineato, anche dallo stesso ministro Fornero, non si può più coltivare l'idea del posto fisso, non farebbe che ingannare le giovani generazioni, sia per i valori cui ispirarsi per affrontare una competizione globale, sia sul piano di un impegno pubblico che non è più realizzabile. Però la riforma sembra esattamente muoversi nella direzione opposta. L'apparato pubblico non è sicuramente più in grado di accollarsi ulteriori oneri, piuttosto dovrebbe attivarsi realmente per sganciare zavorre che contribuiscono ormai da tempo alla crescita del debito pubblico; ma non bisogna far passare l'idea di voler traslare il sogno del posto fisso dal settore pubblico a quello privato.

L'art. 1 della legge 92 recita: «La presente legge dispone misure e interventi intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione, in particolare: a) favorendo l'instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato, cosiddetto «contratto dominante», quale forma comune di rapporto di lavoro...»

Noi del Cnai siamo certi che, di norma nelle imprese si seguono percorsi e crescite professionali per merito, e nel tempo necessario a valutare l'adeguatezza dell'individuo, fino all'entrata in vigore della riforma, sono stati applicati spesso i contratti flessibili; nel 90% dei casi i lavoratori validi sono stati mantenuti a tempo indeterminato, parimenti i lavoratori ritenuti non idonei, non sono stati confermati.

Oggi, divenuta più artificiosa la prassi per il licenziamento, e considerato il facile ricorso al giudice previsto dalla norma, verrà sempre meno la flessibilità in uscita, con il risultato che le aziende, seppur malgrado, decideranno di tenersi i vecchi lavoratori, e conseguentemente tenderanno a non trasformare in modo indeterminato nuova forza lavoro.

Il moltiplicarsi delle cause del lavoro, l'aumento dei giudizi, ovvero quello che succederà a breve, spingerà a rivedere i business plan aziendali; da un lato vi saranno nuovi costi immediati, ciò che riguarda l'instaurazione di un ricorso e del conferimento di incarico a un legale, dall'altro si dovranno prevedere, i costi successivi, in caso di condanna, assai maggiori dei primi. Crediamo che appena le aziende cominceranno a quantizzare gli effetti della riforma, soprattutto le piccole, preferiranno resistere nel loro minimo spazio, piuttosto che espandersi. Risulterà più conveniente sviluppare affari modesti senza dover ricorrere a ulteriore manodopera che farà aumentare i costi del lavoro e gli esosi rischi connessi.

Il settore privato non può garantire alcuna sistemazione fissa ai nuovi lavoratori, finché non vi sarà flessibilità in uscita. Il tasso di occupazione non migliorerà per pressioni normative, aumentando gli oneri a carico delle imprese, ma solo quando le nuove misure saranno a vero vantaggio del mercato del lavoro. Non è questa la riforma che il Cnai e gli attori del rapporto di lavoro, aziende e lavoratori, aspettavano.

A seguito delle variazioni apportate dalla nuova legge sul lavoro, l'aumento dei costi per i contratti flessibili, le clausole più rigide nella loro applicazione, diminuirà l'uso di queste tipologie contrattuali, e proprio per questo si perderanno occasioni importanti per creare nuovi posti.

Ulteriori pesanti restrizioni sono state apportare alle relazioni tra datore di lavoro e detentore di partita Iva, ove al ricorrere di determinate condizioni, la collaborazione professionale viene ricondotta a un rapporto di collaborazione continuativa, e nel peggiore dei casi a un vero rapporto di lavoro subordinato.

Dapprima il rapporto di collaborazione viene convertito in collaborazione «a progetto» con l'obbligo di individuare un progetto specifico focalizzato su un risultato concreto e che non può coincidere con l'oggetto stesso dell'attività aziendale; nel caso di inesistenza del progetto e delle caratteristiche richieste per quest'ultimo dalla nuova normativa, scatta la presunzione di sussistenza della natura subordinata del rapporto. Però, anche quando risultano osservati i requisiti introdotti dalla Riforma, il rapporto potrà sempre essere convertito in un rapporto di natura subordinata laddove emerga che il collaboratore è stato in concreto assoggettato al potere gerarchico e disciplinare del committente.

L'onere della prova, cioè dimostrare la genuinità della collaborazione, è in capo al committente. Quindi anche in questa fattispecie ci si aspettano nuovi ricorsi in tribunale, dove qualsiasi furbetto con partita Iva, che per qualche ragione ha svolto un lavoretto per un'azienda, potrà intentare una causa nella speranza di riuscire a ottenere un posto fisso. Sappiamo bene che non sempre gli esiti di un giudizio sono giusti, può bastare poco a determinare incertezza e divenire parte soccombente.

Specialmente in un momento economico e confuso come quello che stiamo attraversando, dove il costo del lavoro ha un peso eccessivo nei bilanci aziendali, le imprese staranno attente a non incappare in uno di quei perversi meccanismi della riforma, che porta a ritrovarsi vincolati da un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

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