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Suprema corte: linea dura sulle imprese morose

del 01/09/2012
di: Pagina a cura di Debora Alberici
Suprema corte: linea dura sulle imprese morose
Linea dura della Suprema corte sulle imprese in crisi morose con il fisco. È infatti legittimo il sequestro per equivalente sui beni del legale rappresentante anche se sono state versate alcune rate dell'Iva secondo il piano di ammortamento concordato con l'amministrazione finanziaria.

Lo ha stabilito la Cassazione con sentenza 33587 del 31 agosto 2012. Gli Ermellini hanno segnato un deciso giro di vite, considerando l'elevato numero di imprese che oggigiorno chiede la rateizzazione dell'Iva.

Dunque, fin quando il debito non è completamente estinto i beni del rappresentante legale sono soggetti a sequestro per equivalente. Il contribuente può comunque proporre istanza per far ridurre la misura sul suo patrimonio in ragione delle rate già versate. Sul punto in sentenza si legge che «poiché l'art. 10-ter dlgs 74/2000 sanziona il comportamento del soggetto che omette di versare l'Iva risultante a debito in sede di dichiarazione annuale il profitto non può che coincidere con l'importo dell'Iva trattenuta». Va considerato inoltre che le ragioni del sequestro possano venire meno solo con il completamento del pagamento rateale concordato. «Sino ad allora il sequestro rimane legittimo ferma restando la possibilità di ottenere riduzioni in ragione degli importi versati. Non può ritenersi, infatti, sufficiente il mero accordo con l'amministrazione finanziaria seppure seguito dal pagamento di alcune rate in quanto finché il versamento non sarà completo l'obbligazione assunta non potrà dirsi adempiuta». Semmai «il pagamento delle rate potrà giustificare la richiesta di revoca parziale per un valore corrispondente al versato dovendosi escludere la possibilità di confisca per il valore restituito». Niente da fare neppure sull'altra giustificazione addotta dalla difesa dell'imprenditore. Il fatto che questo avesse ottenuto una fideiussione a garanzia del piano di ammortamento è del tutto irrilevante. Ciò perché, ha motivato Piazza Cavour, «in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di cui all'art. 322-ter cod. pen., le somme di denaro costituenti oggetto del vincolo cautelare quale profitto del reato di corruzione non sono suscettibili di sostituzione attraverso una fideiussione da costituire presso un istituto di credito, trattandosi di una garanzia personale di pagamento non equipollente rispetto al bene in sequestro». La misura, infatti, intende in via generale anticipare il provvedimento di confisca per evitare che la res considerata pericolosa, una volta lasciata nella disponibilità del contribuente moroso, possa costituire per lui un incentivo a commettere ulteriore attività criminosa. In altri termini, il sequestro per equivalente si giustifica con la necessità di sottrarre alla disponibilità dell'imputato una somma pari a quella del profitto ogniqualvolta non si renda possibile aggredire direttamente l'oggetto del profitto.

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