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Evasione allargata: Sentenza n. 33385/2012

del 30/08/2012
di: di Debora Alberici
Evasione allargata: Sentenza n. 33385/2012
D'ora in avanti l'amministratore di fatto risponderà per evasione fiscale e omessa presentazione della dichiarazione dei redditi della società. Estendendo un principio già stabilito per i reati fallimentari, la Suprema Corte di cassazione, sentenza numero 33385 del 29 agosto 2012, ha confermato la responsabilità penale dell'amministratore di fatto di un'impresa che non aveva presentato la dichiarazione Ires e Iva per il 2007, 2008 e 2009.

Insomma, il gestore dell'azienda e il rappresentante legale sono uguali, d'ora in poi, anche sul fronte delle responsabilità verso il fisco. Ciò perché, e questo era stato detto prima d'ora solo a proposito di bancarotta, «il soggetto che assume, in base alla disciplina dettata dall'art. 2639 cod. civ., la qualifica di amministratore ''di fatto'' di una società è da ritenere gravato dell'intera gamma dei doveri cui è soggetto l'amministratore ''di diritto'', per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, è penalmente responsabile per tutti i comportamenti a quest'ultimo addebitabili, anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte dì tali comportamenti, in applicazione della regola dettata dall'art. 40, comma secondo, cod. pen.». Questa decisione, in poche parole, trova fondamento nella sostanziale equiparazione dell'amministratore di fatto a quello di diritto, oltreché nella giurisprudenza, anche nelle norme contemplate dal dlgs 61 del 2002.

Di più. Ad avviso del Collegio di legittimità «tale equiparazione assume portata generale in relazione a tutti i comportamenti commissivi o omissivi dell'amministratore di diritto, essendo tenuto l'amministratore di fatto ad impedire le condotte vietate riguardanti l'amministrazione della società ovvero pretendere l'esecuzione degli adempimenti imposti dalla legge, con la conseguente responsabilità dello stesso in sede penale ex art. 40, comma secondo, c.p.».

Il caso che ha fornito alla terza sezione penale del Palazzaccio l'opportunità di stabilire un principio così interessante prende le mosse da un sequestro preventivo per equivalente spiccato dalle autorità sul patrimonio dell'amministratore di fatto di una srl che non aveva pagato Ires e Iva per un ammontare pari a un milione di euro.

Fra l'altro la misura aveva colpito anche i beni della moglie dell'imprenditore. Il Tribunale di Cosenza ne aveva sancito la legittimità, contestata in Cassazione dall'uomo con due motivi di ricorso. Ora la Suprema corte l'ha resa definitiva sancendo che anche se lui si era dimesso dalla carica anni prima, era rimasto di fatto l'unico gestore dell'azienda e quindi l'unico responsabile per la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi e per l'evasione fiscale.

Questo era dimostrato anche dalla circostanza che il modello 770 era stato trasmesso in via telematica proprio dall'imputato. Anche la Procura generale della Suprema corte di cassazione ha chiesto al Collegio di legittimità la conferma del sequestro per equivalente.

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