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Fecondazione assistita: legge incoerente cala a picco

del 29/08/2012
di: di Giovanni Galli
Fecondazione assistita: legge incoerente cala a picco
La legge italiana sulla fecondazione assistita è incoerente e viola l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo: lo stabilisce una sentenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo di Strasburgo, nel caso Costa e Pavan contro l'Italia (richiesta n. 54270/10). La vicenda riguarda due portatori sani di mucoviscidosi che volevano ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi prenatale per evitare di trasmettere il gene ai figli.

La Corte ha rilevato l'«incoerenza del sistema legislativo italiano» che «da una parte priva i richiedenti dell'accesso alla diagnosi genetica pre impianto» e «d'altra parte li autorizza a una interruzione di gravidanza se il feto risulta afflitto da quella stessa patologia». La Corte ne conclude che «l'ingerenza nel diritto dei richiedenti al rispetto della loro vita privata e familiare è quindi sproporzionata».

Rosetta Costa e Walter Pavan, tutti e due italiani, nati nel 1977 e 1975 e residenti a Roma, in occasione della nascita della figlia nel 2006, affetta da mucoviscidosi, hanno scoperto di essere portatori sani della malattia. Di nuovo incinta nel 2010, Rosetta Costa effettuò una esame diagnostico prenatale che rivelò che anche il nuovo feto era colpito dalla malattia; la signora ha fatto allora ricorso a un aborto terapeutico. La coppia desidera fare ricorso alla fecondazione assistita con una diagnosi pre impianto. Ma, rileva la sentenza della Corte, la legge italiana non consente un depistaggio preimpianto. Invece consente la procreazione assistita per le coppie sterili o quelle ove l'uomo sia colpito da una malattia virale trasmissibile per via sessuale (come l'HIV o l'epatite B o C) per evitare la trasmissione di queste malattie. I sette magistrati hanno condannato lo Stato italiano a pagare 15 mila euro per danni morali e 2.500 per le spese legali per la violazione del diritto al rispetto per la vita privata e familiare della coppia italiana.

In base alle disposizioni degli articoli 43 e 44 della Convenzione dei diritti dell'uomo, però, la sentenza non è definitiva; entro tre mesi entrambe per parti possono infatti chiedere il rinvio della vicenda davanti all'Alta camera della Corte per i diritti dell'uomo.

In questo caso un collegio di cinque giudici valuterà se la vicenda meriti un esame più ampio. In tal caso l'Alta camera esaminerà il caso e darà una sentenza definitiva. La sentenza definitiva viene poi trasmessa al Comitato dei ministro del Consiglio d'Europa che ne sorveglia l'esecuzione.

Venendo alla normativa italiana, la Corte europea ha bocciato di fatto gli articoli 13 e 4 della legge 40 del 2004. Il 13 è l'articolo che vieta «qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano», mentre il numero 4 sostiene che la pratica è consentita solo alle coppie sterili (mentre la coppia in questione è fertile): «Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita», recita l'articolo 4, «è consentito solo quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico».

Oggi le coppie nella stessa situazione di quella italiana possono già ricorrere alla fertilizzazione in vitro, e quindi allo screening embrionale, in 15 paesi europei: Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna Svezia e Regno Unito.

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