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Per il credito Iva uno stop senza la dichiarazione

del 07/08/2012
di: Franco Ricca
Per il credito Iva uno stop senza la dichiarazione
Il credito Iva emergente dal periodo d'imposta per il quale non è stata presentata la dichiarazione annuale non può essere riportato nell'anno successivo (né, di conseguenza, può essere utilizzato in compensazione). In caso di riporto, l'ufficio provvede, in sede di liquidazione automatica della dichiarazione, a recuperare il relativo importo con gli interessi e con l'applicazione della sanzione del 30%, riducibile a un terzo mediante definizione bonaria entro 30 giorni dalla comunicazione di irregolarità. Il credito, però, non si perde: il contribuente potrà infatti chiederne il rimborso entro due anni dal soddisfacimento della pretesa erariale. Inoltre, in sede di mediazione o di conciliazione giudiziale, l'ufficio potrà ammettere la compensazione dei rispettivi crediti, e in tal caso il contribuente pagherà soltanto la sanzione ridotta al 40% e gli interessi. Queste le principali indicazioni fornite dall'Agenzia delle entrate con la circolare n. 34 del 6 agosto 2012, a parziale modifica e opportuno chiarimento della precedente risoluzione n. 79 del 2007. Quella pronuncia aveva infatti ingenerato il convincimento che, anche in caso di omessa dichiarazione, il credito del periodo d'imposta, purché effettivamente sussistente, potesse essere computato a nuovo, in quanto vi si precisava che «l'eccedenza di credito Iva maturata in un anno in cui la dichiarazione annuale risulta omessa potrà essere computata in detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto alla detrazione è sorto, fermo restando il potere/dovere dell'ufficio, nell'ambito del programma annuale dell'attività di controllo, di accertare l'esistenza del credito medesimo maturato nell'anno in cui la dichiarazione annuale è stata omessa, a norma del richiamato articolo 55 del dpr n. 633 del 1972». L'Agenzia nuove dalla disposizione del secondo comma dell'articolo 30 del dpr n. 633/1972, il quale prevede che se dalla dichiarazione annuale risulta una eccedenza di Iva detraibile il contribuente ha diritto di computare l'importo dell'eccedenza in detrazione nell'anno successivo, ovvero di chiedere il rimborso nelle ipotesi di cui ai commi successivi e comunque in caso di cessazione di attività, osservando che tale previsione porta ad affermare, come del resto statuito dalla giurisprudenza di legittimità, che in caso di omessa dichiarazione annuale il contribuente non può riportare l'eccedenza detraibile nella dichiarazione dell'anno successivo, né chiederne il rimborso nelle ipotesi regolate dall'articolo 30. È pertanto legittimo, prosegue la risoluzione, l'operato degli uffici che, nell'ambito dell'attività liquidatoria-correttiva di cui all'art. 54-bis del dpr 633/72, recuperano il credito riportato nella dichiarazione successiva, a nulla rilevando l'effettiva esistenza dello stesso. Tuttavia, come riconosciuto dalla Cassazione, il principio di neutralità dell'Iva esige che qualora venga riscontrata l'effettività del credito, il contribuente sia ammesso al rimborso attraverso la procedura di cui all'art. 21 del dlgs n. 546/92, sicché potrà verificarsi che alla pretesa del fisco di recuperare il credito indebitamente riportato a nuovo faccia seguito il diritto del contribuente al rimborso del credito stesso. Conformemente alla soluzione adottata con la circolare n. 23/2010 in relazione agli accertamenti che contestano l'errata imputazione a periodo dei componenti negativi, l'Agenzia ritiene che il termine biennale entro cui presentare la richiesta di rimborso decorra dalla data del pagamento delle somme richieste dall'ufficio, sia in esito alla comunicazione di irregolarità che all'iscrizione a ruolo o, ancora, alla sentenza sfavorevole.

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