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Illecito penale: La truffa del finto bracciante

del 03/08/2012
di: di Dario Ferrara
Illecito penale: La truffa del finto bracciante
Chi fa carte false per ottenere prestazioni previdenziali compie una truffa aggravata e, dunque, rischia il carcere. Solo grazie alla condizionale sfugge alla detenzione la finta bracciante calabrese che chiede senza titolo la disoccupazione agricola all'Inps. Altro che mero illecito amministrativo: la produzione di dichiarazioni fraudolente basta e avanza a configurare l'illecito penale previsto e punito dall'articolo 640 cp. È quanto emerge dalla sentenza 31493/12, pubblicata il 2 agosto dalla sezione feriale penale della Cassazione.

Ingiusto profitto. Se la cava versando 1.000 euro alla cassa delle ammende la donna che contadina lo era solo sulla carta: i giudici del merito hanno ritenuto sussistente il delitto di truffa in fattispecie tentata e la sanzione adottata risulta coerente al tentativo di procurarsi un ingiusto profitto; meglio accontentarsi della pena sospesa, insomma. Resta la gravità del fatto: dalle domande rivolte all'Inps per ottenere la disoccupazione agricola risulta che nelle annualità 2003 e 2004 la donna ha lavorato per oltre 100 giorni nei campi di un paesino dell'Aspromonte, circostanza peraltro attestata dai registri del (sedicente) datore di lavoro. Peccato che l'istruttoria accerti che in quel periodo non ci sono fondi disponibili nel comune indicato e, comunque, nessuna coltivazione risulta effettuata. Inutile, per la difesa dell'imputata, eccepire che l'istanza rivolta all'ente previdenziale non ha poi raggiunto l'obiettivo e quindi il reato di truffa aggravato non sarebbe ipotizzabile nella semplice richiesta del trattamento di disoccupazione, per quanto fondata su false dichiarazioni. Sono proprio le carte taroccate presentate all'Inps, invece, a integrare quel qualcosa in più richiesto dalla norma incriminatrice ex articolo 640 cp per far scattare l'illecito penale invece che l'illecito amministrativo di cui agli articoli 115 e 116 del Rdl 1827/35. Non ha buon gioco neppure l'ultimo assalto: la Corte d'appello, lamenta la difesa, ha ignorato la produzione in giudizio di sentenze di assoluzione in favore di altri lavoratori e dell'asserito datore presso la cooperativa agricola. Ma si tratta di sentenze non definitive, che peraltro non riguardano la posizione dell'imputata. Alla donna, che è incensurata, sono state riconosciute le attenuanti generiche. E il reato contestato per l'annualità 2003 risulta peraltro caduto in prescrizione. Non resta che pagare.

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