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D.l. n. 159/2011: nuova gestione dei beni mafiosi

del 02/08/2012
di: di Antonino Dattola e Maurizio Occhiuto
D.l. n. 159/2011: nuova gestione dei beni mafiosi
Il recente varo del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (meglio noto come Codice antimafia), e le varie criticità emerse a seguito della sua concreta applicazione (fra cui il sub procedimento d'accertamento dei creditori di buona fede; la cessazione, a partire dal 15 marzo 2012, del regime transitorio in ordine alle funzioni attribuite all'Agenzia nazionale dei beni sequestrai e confiscati alla criminalità organizzata), hanno messo in risalto quello che può considerarsi uno dei limiti più evidenti del Testo unico: l'enunciazione teorica di principi avulsa da qualsiasi contesto pratico. Un autentico peccato originale compiuto dal Legislatore, e come tale, un peccato soprattutto connotato da un'orba presunzione: la superbia di aver voluto regolamentare una materia eminentemente pratica (come quella delle amministrazioni giudiziarie), senza consultare i pratici per antonomasia (amministratori giudiziari; coadiutori fiduciari), da sempre impegnati in prima linea; l'ambizione di riuscire a disciplinare tutto in via di principio trascurando di considerare l'insostituibile patrimonio di esperienza maturata negli anni da generazioni di amministratori giudiziari.

È indispensabile, pertanto, che la figura dell'amministratore giudiziario (sia di estrazione commerciale sia di estrazione forense), torni a essere centrale; che la sua funzione, anche di carattere sociale, sia riconosciuta e tutelata in maniera più marcata dai soggetti istituzionali (legislatore, autorità giudiziaria, Anbsc), e la sua voce (per l'insostituibile patrimonio di esperienza maturata sul campo), tenuta in debita considerazione per ogni futura evoluzione del panorama normativo o la creazione di nuove prassi virtuose.

L'entrata in vigore dell'Albo degli amministratori giudiziari è di fatto ancora rimasta inapplicata per la mancata emanazione di tutta una serie di regolamenti di attuazione. Deve, tuttavia, salutarsi con favore il protocollo di intesa siglato, in data 16 maggio 2012, fra Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc), e il Cndcec, che prevede (in attesa che l'albo degli amministratori giudiziari di cui al dlgs 4 febbraio 2010, n. 14, diventi pienamente operativo), di fornire all'Agenzia l'elenco di professionisti esperti a svolgere l'incarico di coadiutore di beni confiscati alla criminalità organizzata nonché ogni attività connessa. Considerato il rilevante apporto professionale prestato anche dagli amministratori giudiziari di estrazione forense (soprattutto relativamente alla gestione di complessi patrimoni aziendali e immobiliari nonché rispetto a qualsiasi problematica inerente la vendita, l'affitto, la liquidazione di beni o di società), sarebbe auspicabile che anche il Consiglio nazionale forense, in attesa del varo dell'albo degli amministratori giudiziari, intraprendesse lo stesso cammino tracciato dai dottori commercialisti stipulando analoghi protocolli di intesa con l'Agenzia nazionale. Nell'ottica di garantire la formazione professionale dei futuri amministratori giudiziari connotata dai caratteri della onorabilità professionale e dell'alta specializzazione, un plauso deve essere riconosciuto ancora una volta all'Ungdcec (e in particolare al dott. Pierluigi Pisani e al dott. Paolo Florio) per aver organizzato il primo corso base di amministrazione e gestione di beni sequestrati e confiscati a livello nazionale che proprio in questi giorni si è svolto in Roma.

Sin dagli esordi dell'entrata in vigore del codice antimafia, altri e più autorevoli autori hanno segnalato criticità e offerto al legislatore opportune proposte di modifica al testo vigente. Molti studi sarebbero già al vaglio del governo, per il varo di uno o più decreti di rettifica. Tuttavia, si ritiene che il processo di modifica (se non addirittura di rettifica) debba essere più incisivo e non limitarsi a evidenziare le pur visibili discrasie interne all'impianto normativo del decreto legislativo 159/2011. Occorrerà il coraggio di guardare oltre, di andare alla sostanza dei problemi. La questione della tutela dei creditori di buona fede, per esempio, riguarda sostanzialmente le banche. Sono le banche a essere, nell'ambito dei procedimenti di prevenzione o penali, i grandi creditori, e successivamente alla confisca definitiva è quasi sempre il problema della cancellazione delle ipoteche a costituire la criticità maggiore che impedisce l'agevole destinazione dei beni immobili per come da sempre denunziato dall'Agenzia del demanio e oggi dall'Agenzia nazionale. E allora perché non mettere con le spalle al muro il sistema bancario immaginando l'introduzione nel nostro ordinamento del reato di incauta erogazione del credito? Prevedendo, per un verso, pesanti sanzioni penali per i funzionari che concedono a dubbi personaggi ingenti finanziamenti a fronte di istruttorie a dir poco lacunose e, per l'altro, la segnalazione dell'Istituto erogante alla Banca d'Italia con previsione di un meccanismo che commini allo stesso pesanti sanzioni. Inoltre, si vuole realmente consentire allo stato di vincere la sua sfida nell'aggressione ai patrimoni accumulati illecitamente? Chi scrive già in altre occasioni ha avuto modo di sottolineare quanto sia fondamentale che agli occhi dell'opinione pubblica lo stato non fallisca la sua missione e quanto sia importante riuscire a tramutare in economia legale le importanti sacche di ricchezza sottratte ai circuiti criminali. Ora l'applicazione del decreto 159/2011, e nello specifico la disciplina disegnata dal legislatore per la soddisfazione dei creditori, sta mettendo in serio pericolo tutto ciò. Si pensi per esempio a quanto previsto dall'art. 60 che prevede la liquidazione dei beni mobili, delle aziende o rami d'azienda e degli immobili ove le somme apprese, riscosse o comunque ricevute nell'ambito della procedura non siano sufficienti a soddisfare i creditori utilmente collocati al passivo. Realisticamente: quante imprese in sequestro/confisca riusciranno ad arrivare indenni alla confisca definitiva? Ma ciò che impensierisce di più è riuscire, all'interno di un testo unico squisitamente di natura compilativa, a coordinare (se non addirittura a graduare), i diversi principi (o ratio legis), delle varie leggi che lo compongono: quale principio sovrintenderà l'amministrazione dei beni? Il principio di conservazione, quello della migliore utilizzazione del bene in vista della destinazione o ancora quello della tutela dei diritti dei terzi di buona fede?

Occorre ridimensionare le funzioni attribuite all'Anbsc limitandone l'intervento alle sole confische definitive. Tralasciando le criticità nascenti dall'attuale assoluta carenza di risorse organiche e finanziarie dell'Agenzia a fronte dei molteplici compiti assegnati alla stessa e che da sole giustificherebbero la necessità di limitarne le funzioni, l'esigenza di restringerne l'ambito applicativo nasce dalla seguente considerazione: nel corso dei vari gradi di giudizio, oltre la metà delle misure patrimoniali è revocata. Da ciò consegue l'opportunità di evitare che su beni o aziende non ancora definitivamente confiscati si incida significativamente (o irreversibilmente), nell'enfasi di voler (magari ancora in fase di sequestro!), assicurare la precipitosa destinazione degli stessi. Meno burocrazia e più concretezza devono accompagnare l'operato dell'Anbsc. Non è possibile che le criticità del nuovo ente siano curate con rimedi peggiori dei mali (per esempio, proposta di trasformare l'Agenzia in Ente pubblico economico; creazione di nuove filiali che ne appesantirebbero la già fragilissima struttura). Occorre evitare che l'Agenzia diventi col tempo uno dei tanti carrozzoni inutili del nostro paese che procede con passi tardi e lenti, e con la tentazione, dettata dalle contingenze, di accogliere al suo interno (nell'illusione di poter marciare più veloce), substrutture che ulteriormente potrebbero comprometterne l'efficienza. Da ciò può trarsi spunto per operare una sintetica riflessione sul protocollo di intesa sottoscritto, in data 23 dicembre 2011, fra Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, Assolombarda, Aldai e Fondirigenti. Con detta convenzione sono state definite le modalità di raccordo istituzionale tra gli enti coinvolti e si è data operatività al progetto per la valorizzazione delle competenze dei dirigenti industriali di Milano e Lombardia nella gestione delle imprese sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Il progetto ha l'obiettivo di creare un pool di 60 manager che saranno impegnati in attività di formazione e affiancamento sul campo per prepararsi a lavorare al fianco dell'Agenzia nazionale nella gestione di un fenomeno che ha raggiunto dimensioni significative. Orbene, si ritiene che, proprio per le peculiarità della cosiddetta impresa criminale, gli stessi manager di Assolombarda non possano prescindere, a loro volta, dall'intraprendere un periodo di formazione confrontandosi con le esperienze maturate sul campo dagli amministratori giudiziari, con le realtà dei territori interessati, con le dinamiche dell'economia criminale che sfuggono ai canoni dell'economia legale. Solo attraverso un costruttivo confronto di esperienze e capacità forse sarebbe possibile, col tempo, formulare dei modelli da adattare sull'intero territorio nazionale. Tuttavia, appare più plausibile che il progetto di Assolombarda possa rendere i suoi frutti migliori solo se collocato in un ambito più ristretto: per un verso, una sorta di cabina di regia cui demandare il compito di massimizzare le sinergie nascenti fra i diversi complessi aziendali, sequestrati o confiscati, di più rilevante valore economico o sociale, per l'altro, un pool di esperti a disposizione dell'amministratore giudiziario o del coadiutore dell'Agenzia al fine di ottenere pareri qualificati rispetto ai progetti di prosecuzione aziendale proposti (si consideri per esempio quanto previsto dell'art. 41 comma 1, dlgs 159/2011, che prevede il deposito, entro sei mesi dal sequestro, da parte dell'amministratore giudiziario di una relazione sulle prospettive di continuità dell'impresa in amministrazione).

Il percorso, sebbene estremamente irto e tortuoso, sembra ormai tracciato ma tanto altro ancora dovrà realizzarsi (soprattutto sul piano legislativo), per giungere a una proficua gestione dei beni sottratti alla criminalità organizzata. In questo processo, gli amministratori giudiziari sono pronti a fare la loro parte; purché gliene sia offerta la possibilità.

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